Posts Tagged 'beach house'

3)Beach House – 7

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Si chiama 7 perché è il settimo album, più tutte le altre mischiate sul numero “magico”. Ma questa è la parte di cui non ci frega un cazzo.Quello che ci interessa è che il nostro duo (quasi-trio) non sbaglia mai un colpo.
Prodotto da Sonic Boom, parte alla grande con uno dei pezzi più veloci della loro discografia, ma la parte migliore è quando si fonde con il secondo pezzo, lo sapete che vado matto per le canzoni “collegate”. Da qui in poi si parte a sognare con le loro atmosfere sospese, i riverberoni, i tappeti sonori di Victoria LeGrand, e i sapienti arpeggi di Alex Scally.
Peccato per il pezzo cantato in francese, se n’è poteva fare volentieri a meno. Brutta la copertina (come al solito, tranne Bloom), in generale un gradino sopra l’accoppiata che uscì nel 2015, ma uno sotto a Bloom e Teen Dream.
Canzone: Dive.

19)Beach House – B-Sides and Rarities

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Breve storia triste(come le loro canzoni): lo so che è una raccolta, ma sono un fan della prima ora e quindi entra in classifica lo stesso. E poi inizia con “Chariot” che sarebbe stato tranquillamente un singolo su ciascuno dei loro album. Le altre sono lato B, outtakes, remix e addirittura una cover dei Queen, ovviamente stravolta e irriconoscibile.
Canzone: Chariot.

#3 Beach House – Depression Cherry

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Un album bellissimo. Con l’unica colpa di arrivare dopo un capolavoro come “Bloom”. E stesso discorso per il seguente “Thank You Lucky Star” che è uscito a sorpresa pochi mesi dopo. La formula è sempre la stessa: spessi tappeti di synth , ipnotici intrecci di chitarra, leggere batterie elettroniche, e liriche delicate e depresse come annunciato dal titolo. Meno psichedelico e volatile del precedente, e un po’ più pop, Depression Cherry riesce ad essere uno se non due gradini sotto Bloom e contemporaneamente essere uno dei migliori tre dischi del 2015. Segno che questo non è stato un anno straordinario, ma anche che tutto quello che sfornano Alex Scally e Victoria Legrand è sempre di un livello superiore alla media.
Canzone: PPP

Beach House state of mind.

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Il destino è beffardo. Quando ero un giovane fan di mille band americane più o meno indie, ricordo che vederli in tour in Italia era un miraggio. Allora i dischi ancora si vendevano, gli artisti erano ricchi e se ne fregavano di venire in tour, figurati da quei puzzoni degli italiani.
Poi un giorno internet ha ucciso le case discografiche, i gruppi hanno visto crollare i loro incassi, e hanno dovuto muovere il loro culo per andare in tour e tirare su un pò di moneta.
Tutto questo pippotto per raccontarvi quello che è successo Sabato scorso.
Allora c’è questa mia amica che è nel periodo fissa Beach House, sapete quel momento in cui ascolti lo stesso dischi mille volte,  che sei completamente assuefatto, e l’unica cosa al mondo che vorresti, è vederti il concerto del suddetto gruppo, possibilmente nello stesso emisfero.
Insomma la mia amica, la chiameremo Giulia, ci chiede quando potranno mai venire in tour in italia, e viene a scoprire che suonano proprio in quel giorno a Bologna.
Quindi saltano tutti i piani di sbronze riminesi e ci si imbarca (visto che la A14 è allagata ) nell’avventura. All’Estragon c’è la consueta fila di rappresentanza anche se il locale è pieno per metà, ma rispetto alle trenta persone di pubblico del concerto al Covo nel 2008, è sempre un bel traguardo. Diciotto euro e passa la paura, in un attimo siamo dentro e i miei amici a bere birra annacquata. Io come al solito mi piazzo alle spalle del fonico ( e del luciao) in modo da avere visuale libera e  un corretto ascolto stereofonico.
Quando parte il concerto sono preso malissimo, perché al mixer ci saranno 90dB se va bene e manca completamente la botta: c’è più pressione sonora nel mio soggiorno. Poi per fortuna piano piano il volume aumenta, ma riusciamo sempre a parlare tranquillamente senza alzare la voce tra di noi.
Sono sempre in tre sul palco, dominato dalla presenza carismatica di Victoria LeGrand e decorato da un sistema di luci minimale e quasi sempre li vediamo in controluce, con Alex Scally che rimane sempre seduto sulla sinistra a ricamare arpeggi sulle lunghe note di organo.
Il concerto dura mezzora. O forse un ora. O forse tre. Non riesco a capirlo perché i pezzi potrebbero essere tutti uguali, ma vengo talmente rapito dall’atmosfera che potrei stare lì ad ascoltare per tutta la notte.
Lei parla poco e quando lo fa è meglio se non lo avesse fatto. Il pubblico non la aiuta visto che non risponde alle domande, ma va in estasi appena partono le note di Gila.
Con mio gaudio e giubilo il bis e ultimo pezzo è Irene, canzone bellissima e mia preferita dell’ultimo disco, con il bridge infinito (qui ancora più dilatato) di chitarra arpeggiata e rullantone riverberato alla Slint che mi lascia col fiato sospeso per tutta la durata.

Il rito è compiuto. Ancora in estasi non ci rimane che aspettare mezzora per uscire dall’unica usicta di sicurezza(!?!?) del locale e andare a sbronzarci come da contratto del sabato sera.

#4 Beach House – Bloom

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Che dire, qui ormai è come fare un goal a porta vuota. Ogni volta che pubblica qualcosa, il duo di Baltimora si conferma come un sicurezza nello scrivere magnifici  ritratti musicali fatti di pop sognante affogato nei tastieroni e nella voce un pò suadente, e un pò disperata di Victoria Legrand,  e nella chitarra arpeggiata di Alex Scally.
Mi ricordo che quando li vidi al Covo quattro o cinque anni fa, davanti a un pubblico di una trentina di persone, mi si aprirono gli orizzonti nonostante il loro aspetto discutibile e la scarsa affluenza.
Scarna ma bellissima anche la copertina che da l’idea al primo sguardo della musica che contiene. Brano più bello “Irene” con il bridge di rullante e arpeggio che fa tenere il fiato per diversi minuti.

Classifica di metà anno.

Puntuale come il solstizio d’estate, celebriamo la metà di questo disgraziato duemiladodici con la classifica di quello che è uscito fino a adesso e che mi è piaciuto di più. Se non siete d’accordo sono fatti vostri.

1)Beach House –  Bloom.
Che dire, ogni volta ci deliziano con un disco sempre uguale eppure sempre meraviglioso. Com’è bello naufragar in questi tappeti sonori.
2)M. Ward – A Wasteland Companion.
Un disco un pò sbilenco, un pò anni ’50, un pò triste e un pò allegro. Però è una delle cose più belle di questo (finora) 2012.
3)Damien Jurado – Maraqopa.
Mi accusano che mi piace sempre e solo la musica triste: Ok, è vero. E questo disco lo è abbastanza per stare sul podio.

4)Lambchop – Mr. M
Che delizia questa musica per ascensori fatta con il cuore.

5)Michael Kiwanuka – Home Again.
Bella rivelazione per un dischetto con un tre/quattro pezzoni e una voce e un mood da negrone che gli da quel qualcosa in più. Marvin Gaye del 2012.

6)Sandro Perri – Impossible Spaces.
Ma chi è costui? E che razza musica è questa? Eco di anni ’60, flauti, suite di dieci minuti, cantato sussurrato e strumenti sfiorati, non lo sappiamo ma ci piace molto.

7)AAVV – Mojo – 2012.03 – The Songs of Leonard Cohen Covered.
Lo so, un disco di cover in classifica fa sempre un pò brutto, però parliamo di pezzoni stratosferici, e fatti da gente con le palle quadre tra cui svetta ovviamente il nostro eroe Bill Callahan.

8)Cowboy Junkies – The Wilderness.
Come fare quattro dischi con la stessa copertina e la stessa musica, cambiando solo le stagioni e gli autori delle canzoni. Dopo il capolavoro con i pezzi di Vic Chesnutt scendiamo un pò di altitudine, ma è sempre un bell’ascoltare.

9)Emeli Sandé – Our Version Of Events.
Vabè, il primo pezzo jungle anni ’90 che sembra Goldie vale per tutto il disco, poi purtroppo si perde in un pop inutile e un pò becero.

10)Cromatics – Kill For Love.
Un disco lunghissimo ed eterogeneo. Si va dalle chitarrone riverberate che vanno tanto di moda adesso, ai synth degli Air, alle atmosfere di Four Tet. Vediamo se dura.

Dischi ascoltati tanto ma che non ci hanno convinto troppo:

Mark Lanegan Band – Blues Funeral
Dirty Three – Toward The Low Sun
Lana Del Rey – Born To Die
Sigur Rós – Valtari
Grimes – Visions

Bloom

 

Ragazzi sento odore di disco che finirà dritto dritto nella classifica di fine anno, probabilmente pure ai piani alti, e di santità per un gruppo di Baltimora.

Sono passati tanti anni ormai da quando li vidi in un Covo mezzo deserto insieme a Jana Hunter, in un concerto assai precario ed improbabile. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbero finiti nel salotto di Letterman da lì a poco, e sopratutto nuovi idoli di teenager pseudo -indie.

Nel mezzo c’è stato un altro disco,un paio di guerre, un governo tecnico e i pantaloni si sono accorciati fino alle caviglie. Il pedalino Boss più venduto è passato dal TurboDistortion® al Digital Reverb® , sono andato a vivere da solo ma continuo a bere Red Bull.

Poi come fanno a fare dischi talmente belli continuando a fare la stessa canzone è il quarto mistero di Fatima, non ce ne curiamo troppo e ci lasciamo trasportare dai tastieroni e dalle atmosfere sognanti in attesa di una estate che sembra non arrivare mai.


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