Posts Tagged 'damien jurado'

14)Damien Jurado – The Horizon Just Laughed

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Come ogni anno pari, il nostro amato cantautore un pò autistico che amiamo tanto scende dalla foresta e ci regala il solito disco dove ci racconta in musica quello che probabilmentente non dice nella sua vita normale. Per fortuna, dopo una non fortunata deriva psichedelica dell’ultimo disco, torna ad una forma canzone più semplice, diminuendo il minutaggio e concentrandosi su quello che sa fare bene: scrivere canzoni tristi.
Canzone: Percy Faith.

#16 Damien Jurado – Vision of Us on The Land

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Ormai ci ha abituati bene: preciso come un orologio, ogni due anni sforna un album che bene o male rimane su livelli alti, nonostante sia ormai al dodicesimo disco.
La ricetta è sempre la stessa: dolci melodie e sei corde di bronzo dal vivo, che su disco vengono accompagnate  sempre di più da batterie riverberate, echi, riverberi e questa volta leggeri sprazzi di psichedelia.
Stavolta esagera pure col numero di canzoni, diciassette sono decisamente troppe, e qualche sforbiciata qua e là avrebbe sicuramente giovato all’economia del disco. Ma ormai gli vogliamo bene a questo orso taciturno, e per l’ennesima volta finisce in classifica.

Canzone: A.M.AM.

#3 Damien Jurado – Brothers and Sisters of the Eternal Son

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Credo che questo sia stato il mio primo disco del 2014. E per lunghissimo tempo ha viaggiato con il mio iPod, come pure l’ancora più bello Maracopa, di solo un anno prima. Ricordo infatti di essere stupito che fosse già uscito il seguito di quel disco dato il poco tempo trascorso. Giunto ormai al settimo lavoro, e uscito per la Secretly Canadian, il nostro Damien ci ha dimostrato che da Seattle non esce solo musica arrabbiata, ma anche piccoli gioielli come questo. Solo un gradino sotto Maraqopa, ne mantiene i segni distintivi: trascinanti melodie, atmosfere rarefatte e arrangiamenti che strizzano l’occhio al passato.

A Febbraio è passato per il Bronson e me lo sono gustato pur seduto in terra con gli spifferi d’aria che mi tormentavano il collo. Damien è un grosso omone americano con la camicia a scacchi e sembra pure un pò rincoglionito, ma quando prende la chitarra e canta, sembra una della realtà più interessante di queste zone musicali.

Anche nel 2012 finì al terzo posto, qualcuno potrebbe pensare a un complotto: coincidenze? io non credo.

Damien Jurado

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Una volta andavo a vedere un sacco di concerti, tanti kilometri, soldi, fatica, sudore e fatica. Ora che l’anzianità incombe vado solo a pochi e mirati concerti, quasi sempre sono a Ravenna: Bronson o Hana-bi. Probabilmente io e Chris abbiamo gusti abbastanza simili.

Da qui a Maggio ci tornerà per altri due concerti da novanta, ma intanto vi racconto di quello di ieri sera.

Damien Jurado è entrato da non molto tempo nel mio freddo cuoricino, era l’inverno del 2010, non avevo ancora una casa tutta mia, e passavo un sacco di tempo in macchina con la mia neocompagna gaggia per difendermi dal freddo vagando a caso per le colline riminesi, mentre l’ipod suonava pezzi in modalità random, ogni volta che arrivava un pezzo del nostro boscaiolo di Seattle mi si smuoveva qualcosa. Poi l’anno scorso è arrivato Maraquopa ed è scoccato il grande amore, tant’è vero che è finito al terzo posto nella classica 2012.

Partiamo presto, pessima pizza e pesante pezza per strada, e in un oretta la fida ClasseA ci porta al circoletto degli anziani dove si brinda a spritz e prosecco. Quando entriamo il Bronson si è trasformato in cinema di periferia con le sedie davanti al palco e una temperatura subtropicale all’interno. Una novella Joni Mitchell ci delizia con graziosi arpeggi e una voce che ricorda un pò troppo l’illustre canadese.

Mezzoretta e cede il posto al nostro eroe che per andare nel backstage mi sposta dicendomi “scusa” in italiano sicuro.

Il palco è spoglio, lui suona seduto su una sedia imbracciando una Jasmine da pochi dollari e indossa una camicia a scacchi d’ordinanza. Sembra un pò rincoglionito ma è solo timidezza, le prime chiacchiere le fa solo a metà concerto e racconta anedotti sulla sua inadeguatezza alle  temperature italiane d’Agosto, e di quanto si senta a casa sua adesso con la pioggia, il freddo e il buio. Il viso è un incrocio tra Mark Lanegan e un attore comico americano di cui non ricordo il nome e gli occhi sono perennemente chiusi.

Sembra che abbia del cotone in bocca come Marlon Brando nel Il Padrino, è un omone grande e grosso, ma quando inizia a cantare esce una vocina che non capisci da dove venga. Spesso si fa aiutare da un pedalino della Tc che gli sdoppia le voci in un altra tonalità e capisci che lo usa in quasi tutti gli ultimi dischi.

Ci sediamo in terra perchè intanto il Bronson è pieno, e siamo abbastanza davanti ma di fornte alla porta del bagno che sarà foriera di rumori molesti e spifferi glaciali per tutto il tempo. Il tempo vola con il nostro eroe che saccheggia pesantemente dagli ultimi due dischi e concedendo qualcosa alle produzioni più vecchie. Finito l’ultimo pezzo scende direttamente in mezzo al pubblico e va a rifugiarsi nella zona merch.

Veloce viaggio di ritorno e le mie fatiche vengono premiate con i quasi/bignè fatti il giorno prima. Il prossimo è Mark Kozelek in Aprile, preparate i fazzoletti.

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#3 Damien Jurado – Maraqopa

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Anche questo è uno dei dischi più longevi, uscito all’inizio dell’anno, non ci è più uscito. Merito del suo cantauturato sbilenco, e dei suoi suoni vagamente psichedelici, insomma, come piace a noi.
Le chitarre spesso sono appena sfiorate, gli arrangiamenti minimali, anche se spesso i cori femminili o di bambini rafforzano le parti vocali.

In realtà il contatore di iTunes mi dice che questo è stato il disco più ascoltato dell’anno, e se non è primo in classifica è perchè davanti ce ne sono due ancora più belli.
La cosa migliore comunque è l’atmosfera in cui ti fa calare quando l’ascolti, facendoti entrare in un pigro mood da cui è bello farsi cullare.

Classifica di metà anno.

Puntuale come il solstizio d’estate, celebriamo la metà di questo disgraziato duemiladodici con la classifica di quello che è uscito fino a adesso e che mi è piaciuto di più. Se non siete d’accordo sono fatti vostri.

1)Beach House –  Bloom.
Che dire, ogni volta ci deliziano con un disco sempre uguale eppure sempre meraviglioso. Com’è bello naufragar in questi tappeti sonori.
2)M. Ward – A Wasteland Companion.
Un disco un pò sbilenco, un pò anni ’50, un pò triste e un pò allegro. Però è una delle cose più belle di questo (finora) 2012.
3)Damien Jurado – Maraqopa.
Mi accusano che mi piace sempre e solo la musica triste: Ok, è vero. E questo disco lo è abbastanza per stare sul podio.

4)Lambchop – Mr. M
Che delizia questa musica per ascensori fatta con il cuore.

5)Michael Kiwanuka – Home Again.
Bella rivelazione per un dischetto con un tre/quattro pezzoni e una voce e un mood da negrone che gli da quel qualcosa in più. Marvin Gaye del 2012.

6)Sandro Perri – Impossible Spaces.
Ma chi è costui? E che razza musica è questa? Eco di anni ’60, flauti, suite di dieci minuti, cantato sussurrato e strumenti sfiorati, non lo sappiamo ma ci piace molto.

7)AAVV – Mojo – 2012.03 – The Songs of Leonard Cohen Covered.
Lo so, un disco di cover in classifica fa sempre un pò brutto, però parliamo di pezzoni stratosferici, e fatti da gente con le palle quadre tra cui svetta ovviamente il nostro eroe Bill Callahan.

8)Cowboy Junkies – The Wilderness.
Come fare quattro dischi con la stessa copertina e la stessa musica, cambiando solo le stagioni e gli autori delle canzoni. Dopo il capolavoro con i pezzi di Vic Chesnutt scendiamo un pò di altitudine, ma è sempre un bell’ascoltare.

9)Emeli Sandé – Our Version Of Events.
Vabè, il primo pezzo jungle anni ’90 che sembra Goldie vale per tutto il disco, poi purtroppo si perde in un pop inutile e un pò becero.

10)Cromatics – Kill For Love.
Un disco lunghissimo ed eterogeneo. Si va dalle chitarrone riverberate che vanno tanto di moda adesso, ai synth degli Air, alle atmosfere di Four Tet. Vediamo se dura.

Dischi ascoltati tanto ma che non ci hanno convinto troppo:

Mark Lanegan Band – Blues Funeral
Dirty Three – Toward The Low Sun
Lana Del Rey – Born To Die
Sigur Rós – Valtari
Grimes – Visions


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