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The Hateful Eight

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Dicevamo, centellino le mie uscite al cinema, anche perchè porca vacca: €9 i giorni normali e €6,50 il mercoledì è un vero insulto alla povertà.

Comunque aspettavo l’ottavo film di Tarantino, e per il 2016 direi che siamo a posto con il cinematografo.

Son dovuto andare perchè nell’era di facebook era dura riuscire a sopravvivere ai vari spoiler più o meno volontari, e volevo arrivare davanti al grande schermo con gli occhi vergini.

Manco si fossero messi d’accordo, quelli che probabilmente saranno i migliori film di questo maledetto anno bisestile, si svolgono interamente in mezzo alla candida neve.

E se Inàrritu ha puntato tutto sulla magnifica fotografia, il buon vecchio Quentin punta tutto sulla storia e i dialoghi, come suo solito.

E come mio solito, il giorno dopo mi sono sparato di nuovo le tre ore di film per carpire i piccoli particolari sfuggitomi nella prima visione, ad esempio quando alla fine la bagascia viene impiccata, dietro di lei due racchette formano delle ali come fosse un angelo.

Si è parlato molto di come il film ricordi “La Cosa” di Carpenter, e questo è vero, ma io ci ho visto tantissime analogie con “La Casa” di Sam Raimi. La baracca di legno, le amputazioni, il sangue vomitato in faccia, ed infine la botola. Si dice che due indizi fanno una prova, e qui sono pure di più.

C’è anche tanta Agatha Christie, più “Dieci Piccoli Indiani” che “Assassinio sull’Orient Express”.

Ma non sono tutte rose e fiori. Mi è parso uno dei suoi film più deboli, pur nella sua grandezza. Il fatto che abbia utilizzato tutti attori che hanno fatto altri suoi film, mi è parso una debolezza, un modo per vincere facile andando sull’usato sicuro, tanto è vero la miglior interpretazione è di gran lungo quella di Jennifer Jason Leigh, la bagascia, e per lei questa è una prima volta.

Come sempre, il citazionismo, anzi: l’autocitazionismo, è la parte che noi fans apprezziamo maggiormente: le sigarette Red Apple, Tim Roth che si prende una pallottola nello stomaco, gente nascosta sotto il pavimento di legno, l’aura intorno alla lettera di Lincoln, il modo in cui gli assassini entrano nella locanda, e tanti altri piccoli particolari, cognomi, uccisioni che ci fanno felici.

Purtroppo non ho visto la versione originale girata in 70mm, e una volta a casa ho pure scoperto di aver perso una ventina di minuti, e la cosa mi ha fatto girare molto le balle, cercherò di rimediare in rete. In compenso le quasi tre ore passano velocemente, nonostante una prima parte più lenta, e quando si arriva al finale rimane una piccola sensazione di delusione, anche perchè il finale è un pò tronco. So che originariamente era diverso, poi Tarantino l’ha cambiato in corsa perchè era stato leakato, e forse era meglio mantenerlo, chissà.

 

The Revenant

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Vado poco al cinema, un paio di volte all’anno. Non perchè sono snob, ma perchè esce solo immondizia  di celluloide, e perchè non si può spendere ottoeuroecinquanta per guardare un film.

Non sono nemmeno un fan di Inàrritu, Birdland l’ho visto solo settimana scorsa, e a parte il piano-sequenza (finto) non è che rimanga molto, Biutiful fa cagare ( a partire dal titolo) Babel è passabile ma niente di che.

Allora perchè sono andato a farmi rapinare all’Uci direte voi, considerato che Leonardo Di Caprio è un attore quanto la Ferilli?

Perchè mi piacciono i film sulla natura, sui grandi spazi aperti, sulla capacità dell’uomo a sopravvivere alle condizioni impossibili, e questo mi sembrava uno di questi.

Ambientato agli inizi dell’800, il film ci racconta di cacciatori di pellicce che vengono scacciati dai nativi indiani, e da qui partono tutte le sfighe. Leo, che anche se ha sempre la faccia di un sedicenne, è ovviamente quello più esperto di tutti, tanto esperto che non sa che se incontri dei cuccioli di orso nella foresta, dei dartela a gambe levate, non rimanere come un incantato aspettanto che mamma orsa di trecento kili ti sbudelli peggio di nightmare. Questa è la scena cardine del film, quella che ha sbalordito tutti per la sua feroce autenticità (infatti è fatta con un cristiano vestito da orso) e quella che renderà il nostro eroe trattato come un povero cristo. E come cristo sanguinerà, verrà tradito, morirà e risorgerà. Ma siccome non è un povero cristo, si incazzerà come una iena e cercherà di vendicarsi con l’uomo che l’ha tradito e che gli ha ucciso il figlio.

Da qui sono un paio di ore di godibilissimo “Into the Wild”, due ore di paesaggi meravigliosi, di una fotografia impeccabile, di una lice vivida e naturale, di neve, freddo, sangue e tante bestie uccise (spero solo per finta).

Purtoppo alla fine finisce che il cattivo lo trova e lo uccide in stile grand guignol, e allora ti rendi conto che è la storia più banale dell’universo, e quasi ci rimani male perchè non può essere che finisce bene e ti aspetti qualche altra sfiga.

p.s. ho visto il film dalla seconda fila, quindi le immagini erano “leggermente” inclinate e leggermente psichedeliche, questo potrebbe aver condizionato la mia visione, mi riservo di riguardarmelo in streaming per vederlo meglio, anche se suona come un ossimoro.

 

The Passenger

L’altra sera dopo tanto tempo mi sono rivisto uno dei film di Michelangelo Antonioni: Professione Reporter. Saranno passati almeno ventanni dall’ultima volta che lo vidi. Allora ero un adolescente che non capiva un cazzo, ma che andava matto per i film del grande regista ferrarese. In realtà ne capivo un quarto quando andava bene, ma i suoi tempi dilatati, le inquadrature psichedeliche, quell’atmosfera rarefatta erano perfetti in quel periodo della vita in cui sei sempre stonato per cause stupefacenti.

Rivisto oggi, in lingua originale, e con un pò di esperienza sul groppone, mi ha fatto capire finalmente la trama, gustare la recitazione di Jack Nicholson, riconoscere i luoghi di Barcellona, e sopratutto apprezzare una volta di più il lunghissimo piano sequenza che conclude il film. Quasi otto minuti in cui la telecamera si muove in modo quasi impercettibile dall’interno della stanza fino all’esterno, passando incredibilmente per le grate della finestra, e stravolgendo il punto di vista di 180°, e nel mentre di questo estenuante ma lento movimento, dentro la stanza succede un omicidio, lo possiamo solo immaginare, ma come disse uno molto intelligente, L’immaginazione è più importante della conoscenza.

Jurassic what?!

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La mia prima passione sono stati i dinosauri, poi i Caterpillar, poi è arrivata  la F1, la musica, etc… Ma il primo amore non si scorda mai, ed io ero un pò come il fratello piccolo del film che conosce tutti i dinosauri per nome, le caratteristiche e le loro abitudini cuclinarie.

Ventidue anni fà, l’uscita di Jurassic Park fu per me la coronazione di un sogno, vedere finalmente i miei eroi della giovinezza muoversi, correre e sbranare persone. Alla regia c’era un tizio che un pò ci sa fare di nome Spielberg, e il film nonostante fossero gli albori degli effetti digitali moderni era uno spettacolo, emozionante fin dai particolari, come le onde circolari nel bicchier d’acqua mentre si avvicina il T-Rex. Poi ci furono altri due seguiti, ma la magia era svanita, nonostante l’utilizzo di dinosauri sempre più grandi e spaventosi.

Ieri sera sono andato al cinema ( gremito e temperature tropicali) a vedere questo nuovo capitolo, anche se consapevole che sarebbe stata una piacevole cazzata. Ne sono uscito divertito e sudato, visto che al secondo tempo hanno pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Il film ha una storia veramente ridicola, gli attori sono penosi, e fanno a gara per complicarsi la vita sempre di più, c’è un tipo superpalestrato e una tipa assurda coi tacchi a spillo che corre nel fango, ovviamente tutti col nasino all’insù da maiale. Come al solito la morale è che l’uomo deve stare buono e che si mette a fare i pasticci la natura si vendica.

Se nel primo capitolo il protagonista era il T-Rex, nel secondo i Velociraptor, e nel terzo un ernorme spinosauro, questa volta se ne sono inventati uno di sana pianta: l’Indominus-Rex, visto che quelli veri erano finiti. Questo è un incrocio tra tante bestie, è intelligente, cambia colore, temperatura, si strappa il chip a morsi, e tra un pò gioca pure a Burraco.

Il film è pieno di auto-citazioni dal primo Jurassic e da altri film di Spielberg come Lo Squalo e E.T. I colpi di scena non mancano anche se sai sempre come va a finire, tipo nel finale, nonostante ogni cinque secondi gli stupidi umani cercano di complicarsi la vita, tipo la brillante idea di liberare i Raptor quando già sono nella merda più completa.

Il secondo protagonista, l’enorme Mososauro ha il vantaggio di prendersi le scene più spettacolari quando salta fuori dall’acqua per papparsi squali e pterodattili volanti, e ovviamente si prende la sua rivincita alla fine, quando nella più scontata delle scene si pappa pure il cattivo di turno tra gli applausi della sala e il tripudio generale.

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風立ちぬ Kaze tachinu.

Si-alza-il-vento

Non vado quasi mai al cinema, anche perchè quando mi sento chiedere ottoeuroecinquanta quasi mi viene un coccolone, tranne per le occasioni che contano, che so, l’ultimo di Tarantino, di Gondry, o per l’appunto di Hayao Miyazaki.

Ormai lo conoscono tutti e non vi sto a spiegare chi è o cosa ha fatto, fatto sta che questo dovrebbe essere il suo ultimo lavoro, e quindi motivo in più per vederlo nel grande schermo. Tra l’altro mi sono dovuto fare 35km per vederlo e rimaneva in sala solo quattro giorni, oggi praticamente già non c’è più.

E’ un film un pò anomalo per Miyazaki, molto più cupo e duro del solito. E pur in assenza di antagonisti come al solito, ti sbatte in faccia la morte, il terremoto, la guerra in modo molto più potente del solito. In particolare la scena del terribile terremoto del Kanto del 1923 è di un realismo impressionante. So che il film ha avuto molte critiche in patria per il fatto che il protagonista è un progettista di aeroplani da guerra, e per il fatto che fumano come turchi durante tutto il film.

Certi aspetti mi hanno ricordato Conan il guerriero: lui che aveva quasi superpoteri, che si portava la gente sulle spalle, i tanti aerei mastodontici da guerra, i bombardamenti. Come al solito momenti esilaranti per certe traduzioni azzardate, la migliore di tutte è “micragnoso”.

Her

Her

Non attendevo tanto un film da “Into the Wild”. Finalmente dopo mesi di attesa finalmente Her è arrivato nei cinema. NEL cinema, visto che a Pesaro è uscito solo al Loreto, che è un piccolo cinema della parrocchia fermo agli anni ’70.

Per quanto ho cercato di conoscere meno cose possibili per evitare spoileramenti vari, sapevo praticamente tutto. Non sapevo però, quanto fosse bella la colonna sonora degli Arcade Fire, nè la bellissima fotografia, specialente gli esterni, anche se potev aimmaginarmela. Non sono riuscito a vedere (sentire) la versione originale, con la voce di Scarlett Johansson, ma devo ammettere che la Ramazzotti non ha per niente sfigurato.

La storia la sapete tutti: Theodore è un nerd appena lasciato dalla ragazza che scrive lettere sdolcinate per conto terzi. Installa un nuovo OS nel computer, questo ha una propria anima e finisce per innamorarsene.

In mezzo tra il diabolico Hal 9000 di Kubrickiana memoria e il meno famoso Lars e una ragazza tutta sua, Spike Jonze vuole farci riflettere, a volte anche ridendo, sul rapporto che abbiamo con le macchine, e su come la società si sta alienando sempre più senza accorgersene.

Il finale tira un pò troppo per le lunghe e forse si sente la mancanza di un vero sceneggiatore, di sicuro nel derby con il suo omologo Michel Gondry, questa volta vince il primo,  se non altro per la pesantezza del secondo tempo di Mood Indigo, degno della “cura ludovico”.

Consegne a domicilio.

kikiGiovedì per una volta tanto non mi sono messo a pastrocchiare in cucina, ma udite udite, sono uscito e addirittura ho messo piede in un cinema! In realtà del film non me ne fregava un cazzo, volevo semplicemente uscire con gli amici, e sopratutto vederne uno che in questo periodo ha bisogno di un pò di svago. Insomma, tutto sto pippotto per dirvi che sono andato a vedermi questo film (cartone?) di Miyazaki, che pare sia dell’89, ma non si sa perchè, lo proiettano del 2013. Anche se sono cresciuto con Conan, mentre voi guardavate i power rangers, non sono mai stato un fanatico del regista giapponese, proprio perchè una volta cresciuto, i cartoni hanno perso il loro fascino, devo dire anche perchè sono fatti sempre peggio.

Questo invece è fatto proprio bene, sopratutto i paesaggi di questa immaginaria città sul mare che a me piace pensare in provenza, e nella metodica perfezione dei movimenti di Jiji, il gatto nero spiccicato al mio, che solo chi ne ha avuto uno, può disegnarlo così bene.

La storia in realtà è un pò assurda: una streghetta di 13 anni che lascia la casa per andare a fare l’apprendista in un altra città volando sul classico manico di scopa. Finito. Non ci sono antagonisti nè personaggi negativi. Tutto è affogato nel più becero buonismo  che farebbe venire la glicemia acuta pure a Veltroni, però la nonnina commuove, e il gatto che si fa complice del vecchio cagnone ti fa innamorare di questo mondo incantato.

Piccolo grande appunto all’audio veramente pessimo e a tratti distorto, e alla traduzione che unisce termini desueti come “pietanze” in un contesto giovanile che stride, e addirittura incongruenze temporali come inserire la discoteca in una ambientazione  che potrebbe essere quella dei primi del secolo. Nel complesso comunque un film che si guarda volentieri anche se il prezzo di €8,30 del cinema è qualcosa di indecente. E per fortuna non ho preso gli m&m’s.


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