Posts Tagged 'micah p hinson'

14)Micah P. Hinson – Presents the Holy Strangers

MI0004247658
Chi mi conosce bene sa quanto ami questo giovane vecchio dal passato problematico. Il suo disco del 2008 rimane in cima nel mio personale olimpo dei dischi perfetti. Devo anche dire che ahimè, qui picchi non è mai riuscito a replicarli, nonostante abbia sfornato ormai una decina di album.
Lo schema è sempre quello: voce baritonale, chitarre acustiche dylaniane, arrangiamenti orchestrali e atmosfere da sfida all’ O.K. Corral. La novità è che quasi la metà dei pezzi rimane solo strumentale, non si sa se perché  il nostro eroe non ha saputo trovare le giuste liriche, o perché i pezzi erano talmente belli che non necessitavano di parole.
Canzone: The War

Micah.

12993637_10154033550435690_3047754751406755958_n

Non so quante volte ormai visto Micah P. Hinson in concerto. Almeno cinque, e sempre a Ravenna e dintorni.

Dal 2006 quando sentii per la prima volta quel disco magico con una donna senza testa in copertina, me ne innamorai perdutamente, ed ogni volta che ritorna dalle nostre parti è d’obbligo andarlo a sentire. Da solo, col gruppo, con la moglie, col rodie che suona il banjo. L’ho visto e sentito un po in tutte le salse. Ma ogni volta è diverso.

Passata la sensazione di straniamento iniziale, ed accettato il suo modo di distruggere le sue stesse canzoni, ogni volta è un viaggio dentro le sue melodie e i suoi fantasmi.

Il fisico è sempre quello mingherlino, le orecchie a sventola, i capelli leccati all’indietro, la sigaretta col bocchino, e adesso anche il bastone dopo l’incidente in Spagna. Non ci sono dischi in uscita, quindi pesca a caso nella sua mente offuscata mente sorseggia succo d’ananas e lotta contro accordature impossibili imprecando a denti stretti.

Per fortuna il Bronson non è ancora un forno e ci sono comodo sedie per la mia malandata schiena. I bicchieri di vino prima del concerto mi fanno stare con la mente leggera nonostante il fantasma di Tom Joad continui ad aleggiare per le strade di Ravenna, forse non me ne libererò mai.

Barzin vs. Micah

IMG_2441

Ci risiamo, ennesimo concerto del mio beniamino Micah P. Hinson, ed ennesima sensazione straniante di genio incompreso che si butta via/è intelligente ma non si impegna/cazzo senti che voce/minchia è veramente un cazzone.

Ancora una volta il buon Chris lo ha invitato a suonare in terra ravennate, e questa volta era per festeggiare il decennale del primo disco: Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress uscito in realtà nel 2004.

Il timore che si presentasse con la sguiata moglie alla batteria è svanito presto vedendo un palco spoglio, il suo solito Shure SH55, e un Fender Twin. Concerto acustico quindi, ma poi neanche tanto, visto che alla consueta Seagull ricoperta di adesivi, alternava un chitarrone finto vintage che ha pure avuto il tempo di battezzare un attimo prima chiamandola “fuckin’ guitar” perchè non riusciva ad accordarla.

E se il concerto era partito bene, con un Micah stranamente preciso e incredibilemente senza sigaretta e bocchino d’ordinanza, poi nel finale ha sbroccato come al solito. Che poi finale è un pò riduttivo visto che ha suonato due ore e la seconda metà è stato il solito delirio di accordi dimenticati, chitarre che non si accordano, pedali che non funzionano, presentazioni in pompa magna di canzoni che verranno interrotte pochi secondi dopo l’inizio. Il caldo non aiuto e piano piano il pubblico inizia a rumoreggiare al bar con cafoneria assoluta e si becca pure il cazziatone di Micah, ma a questo punto ogni logica è saltata e dopo aver raccontato che diventerà padre e che il figlio in grembo non apprezza gli Interpol, si mette a suonare un pezzo loro e nel finale pure una cover dei Nirvana.

E dire che la serata era iniziata con il garbo del timido Barzin, forse l’artista più underrated del panorama indie, che ci delizia di un concerto stringato che ammalia anche i tanti che ancora colpevolmente non lo conoscono. La speranza è di rivederlo in un concerto tutto suo, con la band, e gli arrangiamenti e i cazzi vari, ma la sensazione è che tornerà in Canada a lavorare in ufficio.

IMG_2440

Micah #3

10276035_10203480626723903_2239656128226867988_n

Era il 2008 quando scopri quel piccolo gioiello di disco che è Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra. Un capolavoro fatto di canzoni strazianti, di amori perduti, languidi accordi di chitarra acustica, e avvolgenti arrangiamenti orchestrali.

Poi successe che lo vidi live la prima volta, insieme a un batterista che quasi sicuramente era un rodie oppure il suo vicino di casa, e una tizia improbabile alla tastiere. Il risultato fu straniante e controverso. Lo vidi un paio di anni dopo in completa solitudine: voce, chitarra acustica, occhiali e bocchino per le sigarette. Stessa sensazione. Ieri che ho avuto la fortuna di assistere a un suo concerto per la terza volta ero preparato. Molto meno altra gente che a fine serata girava per l’Hana-bi sbrontolando di quanto sia un cazzone, e di come stesse sprecande un innegabile talento e una voce tanto carismatica.

Io annuivo sorridendo ripensando alla mia prima volta, ed al fatto che gli artisti vanno presi per quelli che sono, prendere o lasciare.

E allora tutte le volte che ascolto un suo disco, penso ai piccoli disastri che fa live, e capisco di come la sua vita sia stata ed è immensamente incasinata, e di come lui la esorcizza componendo piccoli capolavori e aspirando sigarette da un bocchino come se fosse ossigeno vitale.

micah

The Leading Guy.

E così ieri si è ripetuto il mio personale rito pagano di un concerto di Micah P. Hinson. In pratica l’unico insieme a Bon Iver negli ultimi anni, a farmi battere nuovamente il cuoricino dopo le effusioni con il Dio Bill Callahan.

Avendolo già visto un paio di anni fà, già sapevo cosa aspettarmi, Sapevo infatti di trovare sul palco questo folletto con le spalle strette, le grandi orecchie a sventola, degli enormi occhialoni bianchi, un vocione che pare venire dalle caverne, e la sua musica come sempre storpiata, stropicciata, stonata, ma che alla fine riesce a far vibrare le corde giuste.

Questa volta non divideva il palco con altri musicisti come l’altra volta, ma era una piccola barca spazzata via dalla tempesta del palco del Bronson, e ovviamente tutta l’attenzione era per lui, e per una specie di corvo imbalsamato messo su un asta al suo fianco a fargli compagnia nelle quasi due ore di viaggio musicale.

Parte con Sweetness, e subito gli perdoni quelle bretelle orribili e quella coppola in testa, non perdono il fonico invece che mette uno slap echo sulla voce che disturba assai e che per fortuna col passare dello show diminiusce sempre di più fino a sparire completamente.

Micah è di buon umore, parla tantissimo: delle elezioni americane, di suo nonno che non c’è più, del suo incidente in Spagna dove ci racconta che si è capottato con il van, e che da allora le sue dita non rispondono bene ai suoi comandi, e per questo si scusa per certi pezzi non eseguiti a regolad’arte. Il che fa un pò ridere, considerato che tutto il concerto è buttato su alla meglio, suonato un pò alla cazzo di cane, e cantato pure peggio. La prima volta ci rimasi quasi male, oggi capisco che è il suo modo di fare e l’apprezzo anche quando fai fatica a riconoscerele tue canzoni preferite.

Il pubblico ascolta in religioso silenzio, qualcuno canticchia come me, ma sempre a bassa voce, l’unico pezzo che cantano tutti è la cover di Elvis e pure questo rende il tutto un pò ridicolo, come gli adesivi attaccati sulla sua chitarra newyorker con scritte tipo: “fuck you i’m batman”. A un certo punto un ragazzo alla mia destra prende coraggio e richiede una canzone del primo disco urlando: “DON’T  YOU FORGET!” lui alza la testa e risponde ridendo sotto i baffi: “i won’t”.

I miei piedi e la mia schiena a pezzi mi avvisano che il concerto sta volgendo al termine. Dopo un bis lunghissimo Micah chiude con un altra cover di John Denver e il pubblico con cinque minuti di applausi. Il rito è compiuto. Io non sono proprio da sabato sera, non ho red bull in corpo, e allora carico la mia amica ciarlona sulla macchina e parto verso casa, con una sola sosta al ciuri ciuri per soddisfare anche lo stomaco, oltre che l’anima.

Micah.

Image Hosted by ImageShack.us
Per la serie corsi e ricorsi storici,dopo il concerto dell’anno scorso di Bill,a un anno esatto di distanza  c’è stato stato quello di Micah  P.  Hinson al Bronson di Ravenna.Come un  anno fa venivo da un service pomeridiano che mi ha fatto rischiare di perdermi l’evento e che ha seriamente compromesso le mie energie del sabato sera.Lungi da me paragonare Mr.Smog con il texano,ma il suo ultimo disco è stato un capolavoro di intensità musicale e di testi che ne ha fatto uno dei migliori anche se colpevolmente fuori dalla mia top ten di fine anno.
Insomma appena finito di scaricare il furgone,doccia veloce,pasta scotta,e via che si parte con il cervello a corto di ossigeno,l’acido lattico nei muscoli e la pelle scottata dal primo vero sole del 2009.Nonostante  le  mie raccomandazioni all’organizzatore avevo seriamente paura di restare fuori dal locale,e il mucchio di auto male parcheggiate non facevano altro che rafforzare i miei timori.Invece entro agilmente,con Chris che mi saluta e rincuora e prendo subito atto che sarà un bagno di sudore data l’affluenza copiosa.
Micah appare subito,con la coppola,gli occhialoni e le sue orecchie a sventola.è accompagnato da un robusto batterista e da una tipa molto carina alla tastiera che rivelerà poi sua morosa/moglie.Suona una copia di una Mustang della Squire che prenderà per il culo e cercherà di accordare inutilmente per tutto il concerto.Partono subito forte con Il Fender Twin Amp che urla accompagnato da un riverbero linchiano,e il ragazzone che pesta(anche troppo) sulla Ludwig.La voce è quella che conosciamo e amiamo,che quando spinge raschia come se avesse un paio di corde vocali fottute,stona spesso e volentieri con smorfie assortite e non sembra minimamente importarsene.Scopro che è un gran chiaccherone,e tra un pezzo e l’altro ci racconta aneddoti,barzellette,ci descrive Austin e di come spende il suo cachet in puttane.Economiche però.
Ci racconta che ogni disco cambia la formazione della sua band e che nell’ultima hanno ruotato una quindicina di suonatori,e ci parla dei suoi problemi alla schiena facendo battute che quasi nessuno capisce,infatti dopo qualche silenzio glaciale chiede al pubblico se devo parlare un pò più lento.
Purtroppo i pezzi dell’ultimo disco sono parecchio stravolti e la ragazza carina si rivelerà poco più che un ornamento sul palco perchè non suona praticamente mai lasciando Micah e il batterista pestone che a un certo punto imbraccia un banjo rivelandosi ben più bravo che con le bacchette.
Devo ammettere che sono rimasto in parte deluso del concerto,il suo approccio da cazzone a volte mi è sembrato a volte un pò irritante dato il talento mostruoso che si ritrova.Come sempre gli americani sono veramente qualche spanna sopra tutti,gli dai una chitarra,un microfono e una batteria,e ti piazzano un concerto della madonna senza tanti fronzoli e tecniscismi.
Il concerto dura anche troppo,le gambe quasi cedono,l’aria è irrespirabile e la calca fa si che dopo il bis il locale si svuota in cerca di aria fresca nonostante Chris inizia il suo dj set con un pezzo dell’ultimo Bonnie Prince Billy.
Provo a cercare un pò di forza in un vodka&redbull ma non sortisce nessun risultato così decido che il posto migliore del mondo è il mio letto sognando già uno spritz domenicale. Image Hosted by ImageShack.us

Broken promises.

Image Hosted by ImageShack.us
Avevo promesso di non tornare a Bologna per i prossimi cinque anni, e invece ci sono tornato alla prima occasione buona; avevo promesso di non fare il mostro, e mi sono ridotto a uno zombie ambulante; avevo promesso di non scrivere sul blog delle mie sbronze, ed eccomi qui a farlo; avevo promesso di stare alla larga da quella persona che per ogni soddisfazione che ti da, segue sempre una delusione più grande, e ci sono cascato come al solito; avevo promesso di non fumare più per non arricchire la fiorente mafia italiana, e ho fumato ininterrotamente per due giorni di fila; avevo promesso uno stile di vita sobrio e salutare, invece ho saltato un sonno e tre o quattro pasti. Potrei continuare ancora ma non lo farò, anche perchè non sono pentito di  nessuna delle cazzate fatte nelle scorse 48 ore, e non rimpiango nulla, nemmeno quando sono fuggito dall’Atlantide alle 4 camminando coi piedi freddi per un ora insieme a Micah che mi diceva che non voleva restare solo, io lo sto anche a sentire, ma non comando io.


Archivi

Flickr Photos

Blog Stats

  • 16.202 hits