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18)Mogwai – Every Country’s Sun

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Sono un fan dei Mogwai  da sempre, ma gli ultimi lavori, sopratutto “Rave Tapes” mi avevano veramente deluso. C’è voluto il ritorno di Dave Friedmann alla produzione per far scattare di nuovo l’innamoramento. Anche se in realtà la sua mano non si sente nemmeno tanto, l’inspirazione invece è tornata. Un disco da suonare a volume alto, come sempre, ma dove possiamo trovare anche atmosfere sognanti, oltre alle sfuriate chitarristiche, e sorpresa delle sorprese, il vecchio Stuart gioca a fare il cantante come a dire che a fare una canzone pop-rock non ci vuole niente, che un pò è vero, un pò no.
Canzone: Party in The Dark.

#15 Minor Victories – Minor Victories

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La storia ci insegna che i super-gruppi non hanno mai funzionato. Grosse aspettative e miseri risultati. C’era sempre qualche rigetto pur se i componenti erano di altissima qualità.
Questa volta le cose funzionano un po meglio. Il mio omonimo Stuart dei Mogwai, Rachel Goswell degli Slowdive, uno degli Editors, più qualche ospitata tipo l’onnipresente Mark Kozelek si fondono bene, sopratutto se vi piacciono gli anni ’90 e i droni britannici.
Si perché si tratta nello specifico di un istante classic di shoegaze riportato ai tempi nostri. Batterie gonfie alla Editors, strati su strati di chitarre, e voce sussurrata che lotta continuamente per non venir seppellita dalle distorsioni. Niente di nuovo direte: è vero, ma in realtà sono diverse le canzoni convincenti e la Tele di Stuart è sempre una garanzia.
Canzone: Folk Arp

#10 Mogwai – Rave Tapes

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Arrivati all’ottavo album, e dopo un gran disco come Hardcore Will Never Die, But You Will, è dura fare un disco convincente. Infatti ai nostri scozzesi è riuscito a metà. Anche perchè rimanere sui livelli del disco precedente era praticamente impossibile.

La ricetta è sempre la stessa, post rock, chitarroni, e atmosfere glaciali. Questa volta i nostri eroi provano ad inserire elementi estranei, come uno xilofono nel primo brano, oppure aggiungere suoni elettronici alla Kraftwerk in un paio di pezzi. Per arrivare al primo pezzo cantato bisogna arrivare all’ottava canzone, quasi alla fine del disco, che rimane prevalentemente strumentale come al solito. Come quasi sempre purtroppo, la copertina è veramente brutta anche se richiama alle geometrie spigolose di certe sonorità che troviamo nel disco, il periodo passato la comporre a Berlino ha fatto sentire la sua influenza. Speriamo che per il prossimo vadano a farsi una vacanza che so, a Lisbona.

A perfect Day.

Dopo il Pukkelpop avevo giurato mai più festival. Ma mai dire mai nella vita. Anzi, la sopravvivenza nel fango del Belgio mi è servita questa volta e un paio di stivali in gomma a €8 da Pittarello e un poncho a €3,99 da Cisalfa hanno fatto miracoli.

Ma facciamo un passo indietro. Come scrivevo prima, avevo detto mai più festival. Poi di concerti questa estate ne ho visti (e fatti ) pure troppi. Ma un paio di amici più matti di me, mi avevano stuzzicato con questo festivalino come degna chiusura dell’estate, e senza pensarci troppo mi sono unito alla comitiva programmando nulla se non l’aquisto degli stivali.

Niente biglietti, niente tenda, nessuna prenotazione, nessuna cartina. Siamo partiti alla boia e siamo tornati esausti ma felici.

Arrivati a Villafranca in meno di tre ore, compriamo subito i biglietti alla cassa, e scopriamo che per domenica sono esauriti, ce ne freghiamo e iniziamo a cercare un tetto visto che già diluvia.

Causa concomitanza di concerto-notte rosa- sagra del tortellino è tutto pieno, ma alla fine l’Orietta ci affitta un appartamento a €35 a notte in un paesino vicino. Risolto anche questo problema, cominciamo ad entrare nell’atmosfera concerto con spritz, tromboni e vodkaredbull, fregandocene dei primi due gruppi ed entrando quando i Two Door Cinema Club suonano già. Conosco solo un paio di pezzi, ma ci sembrano il gruppo più bello del mondo visto che siamo stranvati duri. Il tempo vola e continuando a bere arrivano i Killers, e nonostante siano un gruppo ridicolo, ci divertiamo a ballare coi piedi nel fango i loro improbabili singoloni pop.

Il giorno dopo ci svegliamo prestissimo per divorare la colazione dell’Orietta e decidiamo di fare una gita a Verona City.

Facciamo il giro del turista stronzo: quindi Arena, Piazza delle Erbe, terrazzo e tastata di tetta di Giulietta. Ho anche il tempo per rimanere disgustato dalle migliaia di cingomme attaccata ai muri dell’ingresso della casa. Che sia una boiata alla Moccia di cui ignoro l’esistenza?? Mah, l’unico punto fermo in realtà rimangono gli spritz a €2,50.
Ovviamente anche Sabato saltiamo i primi due gruppi perchè completamente stonati, e finalmente mi gusto un concerto dei Mogwai nelle giuste condizioni psico-fisiche, con un impianto adeguato, ed una giusto posizione rispetto ad esso. E difatti tirano giù tutto, con un volume molto più alto degli headliner, e dei pezzoni da paura. Stuart riesce solo a dire “GRAZI” alla fine di ogni pezzo, ed io sguazzo felice nel fango protetto anche dal poncho che a fine serata si aprirà come una cozza.

Dopo suonano i Franz Ferdinand, e purtroppo sono imbarazzanti come sospettavo, anche se anche qui l’effetto juke-box riesce a far passare velocemente la serata. Che ovviamente non finisce qui, ma nei chioschi fuori il castello per festeggiare la notte bianca con altri spritz e trenini.

La Domenica è per la gita fuori porta, infatti la Classe A ci porta a Peschiera a vedere il lago di Como. In realtà vedo anche Jonsi che entra in un ristorante di pesce, ma dal vivo è proprio inquietante e alto, e fa passare ogni voglia di socializzare.

Quindi decidiamo di sederci in un ristorante, solo perchè ho iniziato a spaccare la minchia con la partenza del GP. Mangiamo uno dei pasti peggiori della mia vita, e torniamo al castello a cercare il biglietto per la serata che ancora ci manca.

Qui inizia la lotta serrata coi bagarini, e il fatto che Giulia riesce a strapparlo a solo €5 più del prezzo normale la viviamo come una vittoria.

Questa volta riusciamo ad entrare che ancora è giorno, e riesco nel difficile compito di cancellare tutti i buoni ricordi che avevo dei dEUS ascoltando un concerto indegno e vedendo un cocainomane rovinare una splendida carriera da outsider.

Scopriamo che siamo sequestrati dentro fino alle 20,30 e che purtroppo hanno eliminato quasi tutto il fango buttandoci sopra quintali di sabbia. Noi continuiamo a camminare fieri nei nostri stivali, cercando dove possibile qualche pozzanghera.

E’ la volta di Mark Lanegan, che quindici anni fa avrei pagato oro per vederlo, mentre adesso me lo guardo con malcelato imbarazzo. Fa quasi tutti pezzi nuovi aggrappato alla sua asta, e nessuno capisce che è finito il concerto perchè se ne và senza salutare.

Finalmente siamo arriviamo al motivo per cui io e tutta la folla che ha riempito il castello sforzersco è qui. Purtroppo preceduto da un suono d’organo monocorde spossante il concerto dei Sigur Ros calamita tutti sotto il palco, anche se noi iniziamo ad accusare la stanchezza dei tre giorni, e la mia schiena inizia a dare segni di cedimento.

Un suono perfetto ci fa entrare nelle meravigliose dimensioni islandesi, Finalmente c’è qualche visuals, e due sezioni, una di archi e una di fiati li accompagna alle loro spalle.

Per fortuna pescano tantissimo da Ágætis Byrjun e ascoltare qui pezzi dal vivo a volumi spropositati mette i brividi anche se tecnicamente siamo ancora in estate. Verso la fine io cedo e mi butto in terra, e anche loro si smosciano con un paio di pezzi dell’ultimo disco, quello ambient con la nave che attraversa lo schermo da un lato all’altro senza toccare l’aqua.

E’ finita, raccogliamo le nostre carcasse e ci avviamo verso casa, in un viaggio infinito tra dormite all’autogrill, acquazzoni notturni, e deviazioni nell’interno riminese. Io sono a casa alle 7,30 e dopo due ore sono già al lavoro, ma questa è un altra storia.

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Mogwai – Hardcore Will Never Die.
Ci sono dei dischi che ti prendono bene già  dalla copertina. A volte prendi delle cantonate, ma a volte rende propio giustizia. E dire che dopo gli ultimi lavori avevamo perso un pò le speranze, i Mogwai stavano continuando a fare lo stesso disco da anni con l’unica differenza che ogni volta alzavano un pò di più il volume degli amplificatori.
Per fortuna questa volta hanno ritrovato l’ispirazione dei primi dischi rallentando il tempo, abbassando i Marshall e divertendosi nuovamente con synth e vocoder,che spesso si litigano lo spazio delle chitarre.
La produzione è quella giusta, il mixaggio non è mai pesante e la batteria non è umiliata dalle chitarre come negli ultimi dischi, bentornati Mogwai.
Canzone: Rano Pano.


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