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Micah.

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Non so quante volte ormai visto Micah P. Hinson in concerto. Almeno cinque, e sempre a Ravenna e dintorni.

Dal 2006 quando sentii per la prima volta quel disco magico con una donna senza testa in copertina, me ne innamorai perdutamente, ed ogni volta che ritorna dalle nostre parti è d’obbligo andarlo a sentire. Da solo, col gruppo, con la moglie, col rodie che suona il banjo. L’ho visto e sentito un po in tutte le salse. Ma ogni volta è diverso.

Passata la sensazione di straniamento iniziale, ed accettato il suo modo di distruggere le sue stesse canzoni, ogni volta è un viaggio dentro le sue melodie e i suoi fantasmi.

Il fisico è sempre quello mingherlino, le orecchie a sventola, i capelli leccati all’indietro, la sigaretta col bocchino, e adesso anche il bastone dopo l’incidente in Spagna. Non ci sono dischi in uscita, quindi pesca a caso nella sua mente offuscata mente sorseggia succo d’ananas e lotta contro accordature impossibili imprecando a denti stretti.

Per fortuna il Bronson non è ancora un forno e ci sono comodo sedie per la mia malandata schiena. I bicchieri di vino prima del concerto mi fanno stare con la mente leggera nonostante il fantasma di Tom Joad continui ad aleggiare per le strade di Ravenna, forse non me ne libererò mai.

Barzin vs. Micah

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Ci risiamo, ennesimo concerto del mio beniamino Micah P. Hinson, ed ennesima sensazione straniante di genio incompreso che si butta via/è intelligente ma non si impegna/cazzo senti che voce/minchia è veramente un cazzone.

Ancora una volta il buon Chris lo ha invitato a suonare in terra ravennate, e questa volta era per festeggiare il decennale del primo disco: Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress uscito in realtà nel 2004.

Il timore che si presentasse con la sguiata moglie alla batteria è svanito presto vedendo un palco spoglio, il suo solito Shure SH55, e un Fender Twin. Concerto acustico quindi, ma poi neanche tanto, visto che alla consueta Seagull ricoperta di adesivi, alternava un chitarrone finto vintage che ha pure avuto il tempo di battezzare un attimo prima chiamandola “fuckin’ guitar” perchè non riusciva ad accordarla.

E se il concerto era partito bene, con un Micah stranamente preciso e incredibilemente senza sigaretta e bocchino d’ordinanza, poi nel finale ha sbroccato come al solito. Che poi finale è un pò riduttivo visto che ha suonato due ore e la seconda metà è stato il solito delirio di accordi dimenticati, chitarre che non si accordano, pedali che non funzionano, presentazioni in pompa magna di canzoni che verranno interrotte pochi secondi dopo l’inizio. Il caldo non aiuto e piano piano il pubblico inizia a rumoreggiare al bar con cafoneria assoluta e si becca pure il cazziatone di Micah, ma a questo punto ogni logica è saltata e dopo aver raccontato che diventerà padre e che il figlio in grembo non apprezza gli Interpol, si mette a suonare un pezzo loro e nel finale pure una cover dei Nirvana.

E dire che la serata era iniziata con il garbo del timido Barzin, forse l’artista più underrated del panorama indie, che ci delizia di un concerto stringato che ammalia anche i tanti che ancora colpevolmente non lo conoscono. La speranza è di rivederlo in un concerto tutto suo, con la band, e gli arrangiamenti e i cazzi vari, ma la sensazione è che tornerà in Canada a lavorare in ufficio.

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Micah #3

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Era il 2008 quando scopri quel piccolo gioiello di disco che è Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra. Un capolavoro fatto di canzoni strazianti, di amori perduti, languidi accordi di chitarra acustica, e avvolgenti arrangiamenti orchestrali.

Poi successe che lo vidi live la prima volta, insieme a un batterista che quasi sicuramente era un rodie oppure il suo vicino di casa, e una tizia improbabile alla tastiere. Il risultato fu straniante e controverso. Lo vidi un paio di anni dopo in completa solitudine: voce, chitarra acustica, occhiali e bocchino per le sigarette. Stessa sensazione. Ieri che ho avuto la fortuna di assistere a un suo concerto per la terza volta ero preparato. Molto meno altra gente che a fine serata girava per l’Hana-bi sbrontolando di quanto sia un cazzone, e di come stesse sprecande un innegabile talento e una voce tanto carismatica.

Io annuivo sorridendo ripensando alla mia prima volta, ed al fatto che gli artisti vanno presi per quelli che sono, prendere o lasciare.

E allora tutte le volte che ascolto un suo disco, penso ai piccoli disastri che fa live, e capisco di come la sua vita sia stata ed è immensamente incasinata, e di come lui la esorcizza componendo piccoli capolavori e aspirando sigarette da un bocchino come se fosse ossigeno vitale.

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Songs for a Blue Guitar.

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Non si dovrebbe mai conoscere i propri idoli.

Alla fine si rimane sempre un pò delusi. Sono sempre un pò più bassi di come te li aspetti, più brutti, più vecchi, o più antipatici.

In realtà questa data di Mark Kozelek era stata programmata mesi fa, mi ero preparato bene, ascoltando tutti i suoi dischi, da quelli imperdibili marchiati Red House Painters, a quelli dove gli ha dato di matto e sembra che si sia iscritto a un corso di chitarra spagnola.

Sapevo anche che sarebbe una serata austera, luci basse, niente foto, niente video, nessun afterparty. Un concerto solo voce e chitarra classica. Non resistendo ero pure andato a vedermi i setlist degli ultimi concerti autospoilerandomi quello di ieri sera.

Come mai questo astio direte voi? E’ presto detto. Quando ci sono dei problemi tecnici così gravi in un concerto, la colpa è sempre di due persone: il fonico e l’artista. Ora, io non ero presente al soundcheck, e non sono al corrente delle indicazioni di Mark, ma non puoi compromettere la prima mezzora di un concerto con suoni terribili, reverberi che neanche Paul Chain nei suoi migliori incubi, artista che si mette a sfottere il fonico, e che se ne frega del pubblico spostando il microfono e cantando a voce nuda col risultato che tre quarti del pubblico non sente nulla.

Ora voi direte che sono artisti, che Mark ha avuto una giovinezza “movimentata” e che il suo equilibrio psichico sia decisamente altalenante, lo dimostrano i suoi dischi, e i suoi sbalzi di umore, però c’è sempre un limite di rispetto che si deve avere con chi lavora per te, e per chi si fa kilometri per venirti a sentire.

Per il resto il concerto è stato esattamente come me lo aspettavo: Austero. Mark in camicia nera, chitarra classica (accordata in maniera maniacale ad ogni pezzo), DI e voce. Repertorio esclusivo degli ultimi due dischi Sun Kil Moon e Desertshore, nessuno spazio per i fronzoli, luci o ruffianate. Mi ha sorpreso la sua loquacità, e il fatto che ignorasse completamente in quale città fosse.

Concerto lungo, intorno alle due ore, con il Bronson miracolosamente pieno di trenta/barra/quarantenni che hanno versato fiumi di lacrime in dischi che hanno segnato la nostra fragile gioventù, e che speravano che almeno gli sarebbe stata data una piccola concessione.

Non si dovrebbe mai conoscere i propri idoli.

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Damien Jurado

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Una volta andavo a vedere un sacco di concerti, tanti kilometri, soldi, fatica, sudore e fatica. Ora che l’anzianità incombe vado solo a pochi e mirati concerti, quasi sempre sono a Ravenna: Bronson o Hana-bi. Probabilmente io e Chris abbiamo gusti abbastanza simili.

Da qui a Maggio ci tornerà per altri due concerti da novanta, ma intanto vi racconto di quello di ieri sera.

Damien Jurado è entrato da non molto tempo nel mio freddo cuoricino, era l’inverno del 2010, non avevo ancora una casa tutta mia, e passavo un sacco di tempo in macchina con la mia neocompagna gaggia per difendermi dal freddo vagando a caso per le colline riminesi, mentre l’ipod suonava pezzi in modalità random, ogni volta che arrivava un pezzo del nostro boscaiolo di Seattle mi si smuoveva qualcosa. Poi l’anno scorso è arrivato Maraquopa ed è scoccato il grande amore, tant’è vero che è finito al terzo posto nella classica 2012.

Partiamo presto, pessima pizza e pesante pezza per strada, e in un oretta la fida ClasseA ci porta al circoletto degli anziani dove si brinda a spritz e prosecco. Quando entriamo il Bronson si è trasformato in cinema di periferia con le sedie davanti al palco e una temperatura subtropicale all’interno. Una novella Joni Mitchell ci delizia con graziosi arpeggi e una voce che ricorda un pò troppo l’illustre canadese.

Mezzoretta e cede il posto al nostro eroe che per andare nel backstage mi sposta dicendomi “scusa” in italiano sicuro.

Il palco è spoglio, lui suona seduto su una sedia imbracciando una Jasmine da pochi dollari e indossa una camicia a scacchi d’ordinanza. Sembra un pò rincoglionito ma è solo timidezza, le prime chiacchiere le fa solo a metà concerto e racconta anedotti sulla sua inadeguatezza alle  temperature italiane d’Agosto, e di quanto si senta a casa sua adesso con la pioggia, il freddo e il buio. Il viso è un incrocio tra Mark Lanegan e un attore comico americano di cui non ricordo il nome e gli occhi sono perennemente chiusi.

Sembra che abbia del cotone in bocca come Marlon Brando nel Il Padrino, è un omone grande e grosso, ma quando inizia a cantare esce una vocina che non capisci da dove venga. Spesso si fa aiutare da un pedalino della Tc che gli sdoppia le voci in un altra tonalità e capisci che lo usa in quasi tutti gli ultimi dischi.

Ci sediamo in terra perchè intanto il Bronson è pieno, e siamo abbastanza davanti ma di fornte alla porta del bagno che sarà foriera di rumori molesti e spifferi glaciali per tutto il tempo. Il tempo vola con il nostro eroe che saccheggia pesantemente dagli ultimi due dischi e concedendo qualcosa alle produzioni più vecchie. Finito l’ultimo pezzo scende direttamente in mezzo al pubblico e va a rifugiarsi nella zona merch.

Veloce viaggio di ritorno e le mie fatiche vengono premiate con i quasi/bignè fatti il giorno prima. Il prossimo è Mark Kozelek in Aprile, preparate i fazzoletti.

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Comeback

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Questa estate mi chiesero: ” che concerti belli ci sono da vedere?” Ricordo che risposi deciso: “Eh, ci sono gli Shout Out Loud, ma sono a Ottobre.”

Alla fine Ottobre è arrivato, e al concerto ci sono andato. E pure chi mi aveva chiesto il consiglio.

Ora non sto a spiegarvi chi sono gli Shout Out Louds, perchè se li conoscete, li amate, se non li conoscete evidentemente non vi piace il genere. Diciamo che il classico ascoltatore degli SOL è il tipico frequentatore dell’Hana-bi, indie-rocker, un pò danzereccio, e col sorriso in bocca.

Siccome io faccio parte di questa categoria (oddio, spesso sono pure musone, ma questo è un altro discorso) ho organizzato questa gitarella al Bronson. Che in realtà doveva essere pure una scampagnata nella città di teodorico, ma causa pioggia, è rimasta la classica accoppiata aperitivo-pizza-concerto. Per fortuna ho trovato pure un volontario pilota che mi ha permesso anche di pisolare alla grande nel viaggio di ritorno.

Anche se una settimana prima ancora si andava al mare, ieri era brughiera pura, con pioggia, freddo e nebbiolina, e il circolo di fianco al Bronson con gli umarell che giocano a carte, non mi è mai sembrato così accogliente. Seccata in poco tempo una bottiglia di bianco, abbiamo continuato con le libagioni alla pizzeria Bella Egitto, e poi finalmente dentro lo stanzone per il concerto. Il tipo che faceva da spalla non ce lo siamo proprio cagato, visto che era un pò grigio, e sopratutto avevo trovato una sedia libera (ah, la vecchiaia).

Alle 22,40 salgono sul palco i cinque di Stoccolma, e subito si inizia a battere il tempo con il piede, e a canticchiare il ritornello. Il cantante ha una ciuffa un pò da big jim, il bassista un cappello come tutti i  bassisti, il chitarrista entra col piumino nonostante i 30° del locale, il batterista è gaggio, e la tipa alle tastiere ostenta fascino nordico nonostante l’età ormai da Prenatal.

Il concerto scorre che è una bellezza, visto che in pratica sono tutti possibili singoloni, e si spesso si canta, e qualcunio accenna pure un inizio di pogo ovviamente fomentato dal solito Merighi.

A fine concerto sono sudati marci, ma si vede che sono contenti come lo siamo noi, finalmente il chitarrista ha tolto il piumino e un bis di un paio di pezzi accontenta tutti.

Per una volta la Domenica è stata svedese senza passare dall’Ikea.

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The Leading Guy.

E così ieri si è ripetuto il mio personale rito pagano di un concerto di Micah P. Hinson. In pratica l’unico insieme a Bon Iver negli ultimi anni, a farmi battere nuovamente il cuoricino dopo le effusioni con il Dio Bill Callahan.

Avendolo già visto un paio di anni fà, già sapevo cosa aspettarmi, Sapevo infatti di trovare sul palco questo folletto con le spalle strette, le grandi orecchie a sventola, degli enormi occhialoni bianchi, un vocione che pare venire dalle caverne, e la sua musica come sempre storpiata, stropicciata, stonata, ma che alla fine riesce a far vibrare le corde giuste.

Questa volta non divideva il palco con altri musicisti come l’altra volta, ma era una piccola barca spazzata via dalla tempesta del palco del Bronson, e ovviamente tutta l’attenzione era per lui, e per una specie di corvo imbalsamato messo su un asta al suo fianco a fargli compagnia nelle quasi due ore di viaggio musicale.

Parte con Sweetness, e subito gli perdoni quelle bretelle orribili e quella coppola in testa, non perdono il fonico invece che mette uno slap echo sulla voce che disturba assai e che per fortuna col passare dello show diminiusce sempre di più fino a sparire completamente.

Micah è di buon umore, parla tantissimo: delle elezioni americane, di suo nonno che non c’è più, del suo incidente in Spagna dove ci racconta che si è capottato con il van, e che da allora le sue dita non rispondono bene ai suoi comandi, e per questo si scusa per certi pezzi non eseguiti a regolad’arte. Il che fa un pò ridere, considerato che tutto il concerto è buttato su alla meglio, suonato un pò alla cazzo di cane, e cantato pure peggio. La prima volta ci rimasi quasi male, oggi capisco che è il suo modo di fare e l’apprezzo anche quando fai fatica a riconoscerele tue canzoni preferite.

Il pubblico ascolta in religioso silenzio, qualcuno canticchia come me, ma sempre a bassa voce, l’unico pezzo che cantano tutti è la cover di Elvis e pure questo rende il tutto un pò ridicolo, come gli adesivi attaccati sulla sua chitarra newyorker con scritte tipo: “fuck you i’m batman”. A un certo punto un ragazzo alla mia destra prende coraggio e richiede una canzone del primo disco urlando: “DON’T  YOU FORGET!” lui alza la testa e risponde ridendo sotto i baffi: “i won’t”.

I miei piedi e la mia schiena a pezzi mi avvisano che il concerto sta volgendo al termine. Dopo un bis lunghissimo Micah chiude con un altra cover di John Denver e il pubblico con cinque minuti di applausi. Il rito è compiuto. Io non sono proprio da sabato sera, non ho red bull in corpo, e allora carico la mia amica ciarlona sulla macchina e parto verso casa, con una sola sosta al ciuri ciuri per soddisfare anche lo stomaco, oltre che l’anima.


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