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Becchi e vegani.

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Dopo qualche anno che lo saltavo per motivi metereologici, finalmente sono tornato alla fiera di San Martino a Santarcangelo di Romagna, detta anche fiera dei becchi.

Un tempo il giorno di San Martino sanciva per i contadini romagnoli la scadenza dei rapporti di lavoro e gli eventuali rinnovi di contratti di mezzadria fra proprietari terrieri e mezzadri; avveniva la compra – vendita del bestiame, di attrezzi agricoli, di scorte alimentari. Era dunque un momento privilegiato di incontri… di ogni tipo.
Ecco il motivo per cui la Fiera di San Martino è ricordata, nella tradizione popolare, come Fiera dei Becchi (i caproni), ovvero la festa dei cornuti. A ricordarlo, appeso nell’arco della piazza centrale, un paio di corna, e leggenda vuole che se passando sotto di essa queste si muovano, allora le corna le hai pure in senso figurato.

Oggi ovviamente è rimasto ben poco delle antiche tradizioni romagnole, è diventato il solito mercato all’aperto di bancarelle di dolciumi, piadine, spianate con la mortadella, e venditori di casalinghi. Propio uno di questi, una specie di Mocio, è stato l’articolo più gettonato della fiera.

Sono andato con amici: due onnivori, due vegani ed un vegetariano(io). E la cosa paradossale era che in questo trionfo di specialità romagnole, quintali di cibo, abbiamo vagato un ora e mezza per trovare qualcosa che andasse bene a tutti. Ovviamente speranza vana, visto anche che la Romagna è la patria dello strutto, che c’è gente che nega di usarlo venendo poi smentita dalle etichette dei prodotti, e che un pò di militare farebbe bene a un sacco di gente.

Per chi fosse interessato, alla fine uno ha preso le castagne, uno dei mandarini, uno una piada con la salsiccia, uno una pizza ed io un pezzo di focaccia alle patate più triste del pianeta.

Fogheraccia 2.0

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E così anche quest’anno ce lo siamo levati dalle palle. Sto parlando dell’inverno, che anche se è stato particolarmente mite, non riusciamo proprio a farci amicizia, due chiacchiere ogni tanto, ma amicizia no. Quella la facciamo con la primavera e sua sorella estate, che sono proprio qui, che bussano alla mia finestra.

Da qualche anno ormai, il momento fatidico non è più l’equinozio, ma la amata Fogheraccia che con il suo sacro fuoco cancella tutte (speriamo) le nostre pene e lascia spazio alla nuova stagione.

Quest’anno poi ho avuto la fortuna di assistere anche a quella privata di una casa di campagna, insieme ad amici ed al “focaro” che armato di forcone curava il rogo con una maestria e una grazia da scultore fiorentino.

Poi solito giro al porto per vedere quella mega, e a farsi rapinare dalla classica bancarella di dolciumi.

Per una volta tornare a casa puzzando di fumo non è mai stato così dolce..

Thomas.

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Ricordo bene la prima volta in cui andai allo Slego. Era il 1993, ancora tanti dei bimbominchia che adesso vanno a ballare il Sabato al Velvet dovevano nascere. In quel periodo eravamo giovani, sballati e ignoranti. Le droghe era diverse, non c’era l’MD e la coca era roba da ricchi, ma si fumavano migliaia di canne, e per i più audaci c’erano pure gli acidi. La discoteca di riferimento era la Mecca, quella vecchia, non quella minchiata al posto dell’Ecu. C’erano tipo dieci dj in una sera: Meo, Peo, Ebreo, e altri carneadi, ma nessuno sentiva la differenza, a volte si stava tutta la notte nel parcheggio a fumare canne senza neppure entrare, tanto la musica era sempre la stessa merda. Un paio di illuminati nella compagnia incominciavano ad essere rockettari, Kurt Cobain era ancora vivo e quella dei Nirvana era l’unica cassetta che girava in mezzo alle compilation afro. Io fui il primo a ribellarmi a quel mondo frichettone, io volevo il rock, avevo sentito parlare di una discoteca a Rimini dove si ballava la musica rock, niente afro e niente house. Così dopo essere rimasto a casa da solo il capodanno per protesta contro l’ennesima serata alla Mecca, dopo un paio di settimane organizzai la fuga verso il posto proibito. Premetto che ancora non conoscevo praticamente niente di Rimini, e non avevamo idea di dove fosse lo Slego. “Partiamo, poi chiediamo per strada” dissi, e fu così che un sabato d’inverno, salimmo in cinque nella mia Fiat Uno bianca, prendemmo l’autostrada e ci dirigemmo verso Rimini.

Usciti al casello iniziai a guidare a caso finchè non raggiungemmo il semaforo tra via Tripoli e via Roma. Davanti a noi c’era una Renault 4 rossa con dei ragazzi capelloni all’interno. “Seguiamoli, loro vanno sicuramente lì!”Dissi.

Per uno dei rari casi di coincidenza della vita, la Renault 4 andò effettivamente fino a Viserba e parcheggiò in una delle vie attigue allo Slego, non potevo crederci, ce l’avevamo fatta.

Da fuori era una un piccolo edificio in una via stretta circondato da case, all’ingresso c’era incastonato nel muro il muso di un vecchio furgone con all’interno la cassa. Quel muso è lo stesso che vedete ogni sabato al Velvet.

Appena entrati non potevo credere ai miei occhi, niente frichettoni coi dread, ma rockettari, niente musica afro del cazzo, ma chitarre e batterie sparate a mille.

Ancora conoscevo pochissimi pezzi, e mi stupii che il dj non avesse messo Territorial Pissing, che all’epoca secondo me era il pezzo definitivo per una discoteca. Per curiosità andai a cercare il dj, e a lato della pista vidi un gabbiotto piccolissimo protetto da una rete da polli, seduto dentro c’era una ragazzone col pizzetto e già calvo, non tradiva nessuna emozione, sembrava quasi un ragioniere davanti a una scrivania, ma in pista si ballava e si pogava con un foga tale che quella sera fui spaventato di soccombere a qualche spallata più energica.

Era fatta: avevamo scoperto l’eldorado, non andai mai più alla Mecca, e lo Slego divenne il nostro punto di riferimento. Come il Velvet lo diventò in estate, ancora più grande, con il tetto di stelle che quando pioveva la serata saltava.

In questi posti ci passai tutta la mia adolescenza turbolenta e selvaggia, vidi concerti strepitosi e feci delle sbronze colossali, ebbi la fortuna di conoscere decine di persone, e suonai con il mio gruppo prima di J Mascis.

Se tutto questo è successo è per merito di Thomas Balsamini, il dj del gabbiotto, che è stato anche la mente dello Slego e del Velvet per tutti questi anni.

Domenica Thomas se ne è andato a soli 47 anni. Lascia una moglie, due figli, e una discoteca che è quasi una famiglia, chi c’è stato anche una volta sola in vita sua, sa perchè.

Miranda.

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Per quelli della mia generazione, è stata l’icona sexy degli anni ’80, con le sue forme generose lontane anni luce dalla magrezze anoressiche a cui siamo abituati adesso. Lanciata da Tinto Brass con Miranda, una porcata di film con lei che mostrava le sue enormi tette, la nostra Serenona ha avuto una brillante carriera fatta di film spazzatura, comparsate televisive e fiumi di inchiostro sono stati scritti su di lei e le sue forme giunoniche. Poi ha avuto un periodo di decadenza, problemi con la cocaina e matrimoni falliti. Si è autoeclissata dal grande schermo per anni per poi tornare in improbabili reality televisivi ingrassata di cento kili, con due labbr0ne che sono un trionfo del botulino, ma sempre con due tette che non finiscono più.

Poi quest’anno ha avuto la brillante idea di aprire un ristorante a Rimini, subito dopo il ponte di Tiberio, dove lei è la padrona di casa che accoglie i clienti e gira per i tavoli per ricevere complimenti, scambiare battute e farsi fotografare.

Ti accoglie sorridente e stupisce la sua semplicità e la sua voglia di interagire con le persone. Ormai è un donnone di 55 anni  e gira con le ciabatte, ma ha ancora un fascino mostruoso e il nostro tavolo benchè numeroso e chiassoso non riesce a spiccicare una parola all’inizio.

Finirà con noi che facciamo foto di gruppo e che la invitiamo a ballare, scambi di telefono e di email, e promesse di caffè presi e balli scatenati.

E’ proprio la nostra Serenona!

Car Crash.

La foto risale al giorno dopo, quando sono tornato a constatare i danni, e togliere i cocci dalla strada, e a cambiare la gomma per spostare la macchina a spinta, visto che non ne vuole sapere di accendersi.

Come avrete capito ho fatto un incidente, e il fatto che io sia qui a raccontarlo mi solleva ma allo stesso momento mi fa capire quanto sia sottile il filo che ci lega a questa esistenza terrena.

Mi sono addormentato. Questa è quello che successo, nonostante io tengo botta la stanchezza, l’alcol, e l’ora tarda, è successo.

Un secondo prima guidavo, e un secondo dopo ero nel sonno più profondo, tanto è vero che mi sono svegliato con un frastuono e la macchina che saltava sopra uno spartitraffico e ci ho messo qualche minuto a capire cosa stava succedendo.

Ruota esplosa, sospensione danneggiata, vaci acciacchi di carrozzeria e chissà cosaltro ancora alla mia povera auto teutonica e neanche un graffio a me.

Ma poi ti viene di pensare che invece di uno spartitraffico poteva essere un platano, o una macchina che veniva in senso opposto, o un povero cristiano che portava il cane a passeggio alle 5 del mattino.

E allora anche se sappiamo tutti che il buon Dio non esiste, magari qualcuno ha voluto mandarmi un segno, e quel segno dice inequivocabilmente di DARMI UNA CALMATA.


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