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#Goodbye Velvet

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Ormai lo sanno anche i muri: il Velvet, glorioso locale di Rimini, questo week end ha chiuso i battenti.

La chiusura è stata celebrata come una festa con artisti, dj, e pubblico che ha affollato la storica discoteca di Santa Acquilina durata tre giorni. Una festa che a me è sembrata però un funerale.

Troppi ricordi, troppi concerti, troppe sbronze, troppe risate, troppe serate passate in questo posto per riuscire a fare quelle scale per un ultima volta senza trattenere le lacrime.

Sono entrato in questo posto in un freddo capodanno del ’93. Ancora si chiamava Redz, ed era la versione invernale dello Slego, altra storica discoteca chiusa ormai anni fà.

Poi ci tornai per i primi concerti: i Primus, i Motorpsycho, i Primal Scream, piano piano capii che quel posto era quello giusto per me, e in diverse fasi lo frequentai assiduamente, ogni Sabato, d’estate quando ancora non c’era il tetto, come d’inverno come quando aveva nevicato ma eravamo voluti andare lo stesso e dentro si pelava dal freddo.

Poi ci sono stati momenti in cui lo frequentai meno, sopratutto gli ultimi: l’esplosione dell’Elektrovelvet, il Retropolis, orde di ragazzini muniti di carta d’identità per entrare, ma sapere che quel posto era li, sulla riva di quel lago scoperto solo dopo anni, era una sicurezza.

Questa chiusura non è altro che un ulteriore passo verso la fine di una giovinezza spensierata, un altra ruga sul mio viso, un altro acciacco per la mia schiena, una altra ferita nel mio cuore.

Thomas.

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Ricordo bene la prima volta in cui andai allo Slego. Era il 1993, ancora tanti dei bimbominchia che adesso vanno a ballare il Sabato al Velvet dovevano nascere. In quel periodo eravamo giovani, sballati e ignoranti. Le droghe era diverse, non c’era l’MD e la coca era roba da ricchi, ma si fumavano migliaia di canne, e per i più audaci c’erano pure gli acidi. La discoteca di riferimento era la Mecca, quella vecchia, non quella minchiata al posto dell’Ecu. C’erano tipo dieci dj in una sera: Meo, Peo, Ebreo, e altri carneadi, ma nessuno sentiva la differenza, a volte si stava tutta la notte nel parcheggio a fumare canne senza neppure entrare, tanto la musica era sempre la stessa merda. Un paio di illuminati nella compagnia incominciavano ad essere rockettari, Kurt Cobain era ancora vivo e quella dei Nirvana era l’unica cassetta che girava in mezzo alle compilation afro. Io fui il primo a ribellarmi a quel mondo frichettone, io volevo il rock, avevo sentito parlare di una discoteca a Rimini dove si ballava la musica rock, niente afro e niente house. Così dopo essere rimasto a casa da solo il capodanno per protesta contro l’ennesima serata alla Mecca, dopo un paio di settimane organizzai la fuga verso il posto proibito. Premetto che ancora non conoscevo praticamente niente di Rimini, e non avevamo idea di dove fosse lo Slego. “Partiamo, poi chiediamo per strada” dissi, e fu così che un sabato d’inverno, salimmo in cinque nella mia Fiat Uno bianca, prendemmo l’autostrada e ci dirigemmo verso Rimini.

Usciti al casello iniziai a guidare a caso finchè non raggiungemmo il semaforo tra via Tripoli e via Roma. Davanti a noi c’era una Renault 4 rossa con dei ragazzi capelloni all’interno. “Seguiamoli, loro vanno sicuramente lì!”Dissi.

Per uno dei rari casi di coincidenza della vita, la Renault 4 andò effettivamente fino a Viserba e parcheggiò in una delle vie attigue allo Slego, non potevo crederci, ce l’avevamo fatta.

Da fuori era una un piccolo edificio in una via stretta circondato da case, all’ingresso c’era incastonato nel muro il muso di un vecchio furgone con all’interno la cassa. Quel muso è lo stesso che vedete ogni sabato al Velvet.

Appena entrati non potevo credere ai miei occhi, niente frichettoni coi dread, ma rockettari, niente musica afro del cazzo, ma chitarre e batterie sparate a mille.

Ancora conoscevo pochissimi pezzi, e mi stupii che il dj non avesse messo Territorial Pissing, che all’epoca secondo me era il pezzo definitivo per una discoteca. Per curiosità andai a cercare il dj, e a lato della pista vidi un gabbiotto piccolissimo protetto da una rete da polli, seduto dentro c’era una ragazzone col pizzetto e già calvo, non tradiva nessuna emozione, sembrava quasi un ragioniere davanti a una scrivania, ma in pista si ballava e si pogava con un foga tale che quella sera fui spaventato di soccombere a qualche spallata più energica.

Era fatta: avevamo scoperto l’eldorado, non andai mai più alla Mecca, e lo Slego divenne il nostro punto di riferimento. Come il Velvet lo diventò in estate, ancora più grande, con il tetto di stelle che quando pioveva la serata saltava.

In questi posti ci passai tutta la mia adolescenza turbolenta e selvaggia, vidi concerti strepitosi e feci delle sbronze colossali, ebbi la fortuna di conoscere decine di persone, e suonai con il mio gruppo prima di J Mascis.

Se tutto questo è successo è per merito di Thomas Balsamini, il dj del gabbiotto, che è stato anche la mente dello Slego e del Velvet per tutti questi anni.

Domenica Thomas se ne è andato a soli 47 anni. Lascia una moglie, due figli, e una discoteca che è quasi una famiglia, chi c’è stato anche una volta sola in vita sua, sa perchè.

Telegramma.

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Bella serata al Velvet stop.
Poca gente ma tutta buona,che bello rincontrare i vecchi amici stop.
Vagare di notte senza uno scopo e tornare all’alba stop.
Non ricordarsi cosa si è detto ventiquattrore prima stop.
Sentire il sole sulla faccia dopo due settimane di inverno piovoso e un funerale stop.
Dare un calcio nel culo alla depressione e apprezzare violentemente la vita stop.
Sempre poca voglia di scrivere però stop.
Si era capito no?
Stop.


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