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Sretan rođendan!

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Gli anni passano, e cercare di (non)festeggiare un compleanno lontano da tutto e da tutti diventa sempre più difficile. Ma grazie al fatto che stiamo diventando tutti sempre più poveri, e che la gente si ingegnia come può, finalmente mi sono tolto lo sfizio di spararmi nove ore filate di Flixbus per andare a visitare Zagabria. In effetti forse l’ho fatto più per provare questo nuovo mezzo di trasporto, con il suo wi-fi, le prese elettriche e il bagno, che per visitare questa ex capitale austro-ausburgica. Che è carina, anzi un tipo, ma niente di più. Col suo centro storico in bilico tra le multinazionali e i palazzoni di vetro stile Baviera, e i suoi tram di cent’anni fà e le case di chiaro stampo comunista che stanno venendo giù ad una ad una.

Ma alla fine il nostro eroe ce l’ha fatta, l’antica anfora è stata portata in salvo, ho assaggiato un pò di aria di balcani, scambiato euro in krune dal poco valore, consumato Nike sul pavè della città alta, e sopratutto ho evitato festeggiamenti più o meno sinceri, e anche se certi fantasmi si sono materializzati, ormai siamo abbastanza forti per passarci oltre, un pò meno la mia testa che è tornata bendata dopo una collutazione con una mensola.

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Road to Sicily

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E anche quest’anno ci siamo goduti le meritate vacanze. Che chissà perchè, da qualche anno a questa parte, sono sempre più rilassanti e sempre meno festaiole, saranno i ventanni che se ne vanno..

Finalmente sono riuscito a visitare la Sicilia, meta da tempo ambita e chissà perchè poi sempre trascurata.

Un viaggio come l’ultimo organizzato dalla Giulia Enterprises alla perfezione, e sopratutto senza che io dovessi pensare a nulla tranne che godermi il sole, selezionare la colonna sonora e mangiare come se non ci fosse un domani.

L’aeroporto di Falconara si conferma come il più comodo del mondo in quanto grande come il mio sgabuzzino, ed il volo verso Catania è veloce e indolore. La sgarrupata Volotea doppia la Ryanair e sopratutto non rompe le palle ogni due secondi con merendine, profumi e gratta&vinci da comprare a bordo.

Arrivati nel capoluogo etneo subito veniamo inebriati dall’aria dolce e dall’atmosfera barocca anche se un pò fatiscente dei palazzi maestosi ricoperti di nera fuliggine. Riusciamo a vedere poco tranne qualcosa del centro e il mercato all’aperto del mattino. Non mi lascio sfuggire la mia prima pasta alla norma, il terribile seltz, e la mia prima colazione brioche e granita al pistacchio.

Il giorno dopo partiamo subito per quella che si rivelerà la vera scoperta del viaggio: la magnifica Ortigia: ovvero l’isola/centro storico di Siracusa, magnificamente incastonata sulle rocce del mar Ionio. Ci arriviamo con una scatola di sardine chiamata Renault Twingo che però si rivelerà incredibilmente parca nei consumi. La casa dove pernottiamo ha un meraviglioso terrazzo vista mare, ed è lì che passiamo tutto il tempo in cui restiamo in casa. Per il resto ci piace perderci per le vie del borgo, ed andare alla scoperta delle spiaggie nascoste nella riserva naturale di Vendicari, e vagabondare tra Noto e Marzamemi.

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Nemmeno il tempo di stancarsi di tanta bellezza che si parte per il viaggio più lungo, tagliando la sicilia da un estremo all’altro, passando però per la famosa Scala dei turchi in provincia di Agrigento: una delle meraviglie del mondo, mai abbastanza celebrata. Una scalinata naturale di marna talmente bianca che il riflesso del sole ti acceca.

Dopo più di quattro ore dentro la scatoletta bianca finalmente arriviamo a San Vito Lo Capo, in contemporanea ahimè, con il festival internazionale del cous-cous. Anche qui la casa in affito è splendida, appena fuori paese, con una veranda sul mare incastonata da un meraviglioso traliccio dell’Enel.

Siccome non avevamo camminato abbastanza a Vendicari, decidiamo di scarpinare per un paio d’ore anche nella riserva naturale dello Zingaro, questa volta però versione Andina. Torniamo a casa con due piedi come due zampogne, ma con gli occhi pieni di meraviglia per le calette incastonate nella roccia.

Riusciamo anche a farci inculare un mucchio di soldi per una cena a base di cous cous, ma ad evitare per un pelo il concerto di Caparezza dove capisco perchè l’Italia si ritrova in questa condizione di merda.

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Ma non c’è tempo di abituarsi nemmeno ai dolci di Erice, che salpiamo con il traghetto veloce per raggiungere Favignana, penultima tappa di questa vacanza. La più grande delle isole Egadi, nonchè set del film cult “il commissario LoGatto”. Un piccolo paradiso nel Mediterraneo, con il volto scavato dalle mille cave di tufo, e dalle mille calette dove tuffarsi in un acqua trasparente come si vede solo in grecia, dominato da un castello in cima alla montagna, visibile da ogni punto. E qui, armati di biciclette e occhiali da sole, visitiamo tutte le calette riparate dal vento da nortovest, mentre mangiamo busiate al pesto trapanese, fino ad arrivare al classico tramonto sul mare spezzacuori che annuncia la fine del viaggio.

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In realtà, c’è ancora spazio per una notte a Trapani, una cena frugale in un ristorante di matti, il solito ritardo Ryanair, e la nostalgia che porteremo in inverno del caldo sole siciliano.

A perfect Day.

Dopo il Pukkelpop avevo giurato mai più festival. Ma mai dire mai nella vita. Anzi, la sopravvivenza nel fango del Belgio mi è servita questa volta e un paio di stivali in gomma a €8 da Pittarello e un poncho a €3,99 da Cisalfa hanno fatto miracoli.

Ma facciamo un passo indietro. Come scrivevo prima, avevo detto mai più festival. Poi di concerti questa estate ne ho visti (e fatti ) pure troppi. Ma un paio di amici più matti di me, mi avevano stuzzicato con questo festivalino come degna chiusura dell’estate, e senza pensarci troppo mi sono unito alla comitiva programmando nulla se non l’aquisto degli stivali.

Niente biglietti, niente tenda, nessuna prenotazione, nessuna cartina. Siamo partiti alla boia e siamo tornati esausti ma felici.

Arrivati a Villafranca in meno di tre ore, compriamo subito i biglietti alla cassa, e scopriamo che per domenica sono esauriti, ce ne freghiamo e iniziamo a cercare un tetto visto che già diluvia.

Causa concomitanza di concerto-notte rosa- sagra del tortellino è tutto pieno, ma alla fine l’Orietta ci affitta un appartamento a €35 a notte in un paesino vicino. Risolto anche questo problema, cominciamo ad entrare nell’atmosfera concerto con spritz, tromboni e vodkaredbull, fregandocene dei primi due gruppi ed entrando quando i Two Door Cinema Club suonano già. Conosco solo un paio di pezzi, ma ci sembrano il gruppo più bello del mondo visto che siamo stranvati duri. Il tempo vola e continuando a bere arrivano i Killers, e nonostante siano un gruppo ridicolo, ci divertiamo a ballare coi piedi nel fango i loro improbabili singoloni pop.

Il giorno dopo ci svegliamo prestissimo per divorare la colazione dell’Orietta e decidiamo di fare una gita a Verona City.

Facciamo il giro del turista stronzo: quindi Arena, Piazza delle Erbe, terrazzo e tastata di tetta di Giulietta. Ho anche il tempo per rimanere disgustato dalle migliaia di cingomme attaccata ai muri dell’ingresso della casa. Che sia una boiata alla Moccia di cui ignoro l’esistenza?? Mah, l’unico punto fermo in realtà rimangono gli spritz a €2,50.
Ovviamente anche Sabato saltiamo i primi due gruppi perchè completamente stonati, e finalmente mi gusto un concerto dei Mogwai nelle giuste condizioni psico-fisiche, con un impianto adeguato, ed una giusto posizione rispetto ad esso. E difatti tirano giù tutto, con un volume molto più alto degli headliner, e dei pezzoni da paura. Stuart riesce solo a dire “GRAZI” alla fine di ogni pezzo, ed io sguazzo felice nel fango protetto anche dal poncho che a fine serata si aprirà come una cozza.

Dopo suonano i Franz Ferdinand, e purtroppo sono imbarazzanti come sospettavo, anche se anche qui l’effetto juke-box riesce a far passare velocemente la serata. Che ovviamente non finisce qui, ma nei chioschi fuori il castello per festeggiare la notte bianca con altri spritz e trenini.

La Domenica è per la gita fuori porta, infatti la Classe A ci porta a Peschiera a vedere il lago di Como. In realtà vedo anche Jonsi che entra in un ristorante di pesce, ma dal vivo è proprio inquietante e alto, e fa passare ogni voglia di socializzare.

Quindi decidiamo di sederci in un ristorante, solo perchè ho iniziato a spaccare la minchia con la partenza del GP. Mangiamo uno dei pasti peggiori della mia vita, e torniamo al castello a cercare il biglietto per la serata che ancora ci manca.

Qui inizia la lotta serrata coi bagarini, e il fatto che Giulia riesce a strapparlo a solo €5 più del prezzo normale la viviamo come una vittoria.

Questa volta riusciamo ad entrare che ancora è giorno, e riesco nel difficile compito di cancellare tutti i buoni ricordi che avevo dei dEUS ascoltando un concerto indegno e vedendo un cocainomane rovinare una splendida carriera da outsider.

Scopriamo che siamo sequestrati dentro fino alle 20,30 e che purtroppo hanno eliminato quasi tutto il fango buttandoci sopra quintali di sabbia. Noi continuiamo a camminare fieri nei nostri stivali, cercando dove possibile qualche pozzanghera.

E’ la volta di Mark Lanegan, che quindici anni fa avrei pagato oro per vederlo, mentre adesso me lo guardo con malcelato imbarazzo. Fa quasi tutti pezzi nuovi aggrappato alla sua asta, e nessuno capisce che è finito il concerto perchè se ne và senza salutare.

Finalmente siamo arriviamo al motivo per cui io e tutta la folla che ha riempito il castello sforzersco è qui. Purtroppo preceduto da un suono d’organo monocorde spossante il concerto dei Sigur Ros calamita tutti sotto il palco, anche se noi iniziamo ad accusare la stanchezza dei tre giorni, e la mia schiena inizia a dare segni di cedimento.

Un suono perfetto ci fa entrare nelle meravigliose dimensioni islandesi, Finalmente c’è qualche visuals, e due sezioni, una di archi e una di fiati li accompagna alle loro spalle.

Per fortuna pescano tantissimo da Ágætis Byrjun e ascoltare qui pezzi dal vivo a volumi spropositati mette i brividi anche se tecnicamente siamo ancora in estate. Verso la fine io cedo e mi butto in terra, e anche loro si smosciano con un paio di pezzi dell’ultimo disco, quello ambient con la nave che attraversa lo schermo da un lato all’altro senza toccare l’aqua.

E’ finita, raccogliamo le nostre carcasse e ci avviamo verso casa, in un viaggio infinito tra dormite all’autogrill, acquazzoni notturni, e deviazioni nell’interno riminese. Io sono a casa alle 7,30 e dopo due ore sono già al lavoro, ma questa è un altra storia.


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