Archivio per novembre 2012

#18 Stars – The North

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Dopo un bel disco come quello di due anni fa ( che non cagò nessuno) avevo delle    alte spettative, rimaste purtroppo abbastanza deluse.
Purtroppo tutto il disco è castato da una produzione troppo anni’ 80, finta e luccicosa, a volte stucchevole con le batterie finte e i synth fin troppo alti. Anche la voce femminile a volte da fastidio assomigliando troppo spesso a quella di una bambina. Per il resto invece le canzoni ci sono, sopratutto nella tilt track che ti immerge in una situazione canadese fatta di neve e spazi aperti.

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#19 Dirty Projectors – Swing Lo Magellan

Nuova puntata del gruppo più strambo del pianeta terra. Dopo un disco di cover dei Black Flag, ed il capolavoro di Bitte Orca, fanno un piccolo passo indietro, ma rimane una delle cose più interessanti (e indecifrabili) del momento. Rispetto al disco precedente è un pò meno immediato, e manca un capolavoro come “Two Doves”, per il resto c’è tutto, le melodie irresistibili, i cambi di tempo, i cori Disneyani, ed una produzione impeccabile. Un voto in meno per la copertina veramente brutta.

#20 Cat Power – Sun

Un disco lontano anni luce da “The Greatest” che purtroppo ormai lo sappiamo, resterà un episodio isolato e forse fortuito della sua carriera.
Chan Marshall si presenta con un nuovo short-haired look ed una copertina bruttissima per questo disco che per l’ennesima volta doveva essere quello del rilancio, e invece è un disco povero, con una produzione brutta e buttata su, un sacco di batterie elettroniche da due soldi ed un povero Jim White in un paio di pezzi. In pratica ci sono tre pezzi buoni, gli altri si possono tranquillamente buttare. I più ispirati “Manhattan” e “Nothin’ But Time”, due lunghe cavalcate dove Chan galleggia con eleganza e poco sforzo addirittura con Iggy Pop.

Classifica 2012

Ragazzi ci siamo, lo so che stavate tutti aspettando la mia classifica prima di leggere le minchiate che scrivono i vari Pitchfork, Stereogum, etc. Ora che siamo orfani del Discobravo di Gecco poi, un motivo in più per seguire la mia.

Purtroppo vi anticipo che quest’anno non c’è stato nessun capolavoro, ne Bill Callahan ne Micah P. Hinson hanno fatto uscire inediti, e Bon Iver è ancora in tour.

Le regole sono sempre quelle, ogni giorno (più o meno) pubblico un disco con relativa recensione, si parte dalla numero #20 in su. Ovviamente è tutta roba che piace a me, quindi non trovate i Muse, Justin Bieber o altre cagate simili.

Come sempre commentate numerosi, sono accetti anche insulti basta che siano originali e donazioni in pizza e/o diplomatici.

The Leading Guy.

E così ieri si è ripetuto il mio personale rito pagano di un concerto di Micah P. Hinson. In pratica l’unico insieme a Bon Iver negli ultimi anni, a farmi battere nuovamente il cuoricino dopo le effusioni con il Dio Bill Callahan.

Avendolo già visto un paio di anni fà, già sapevo cosa aspettarmi, Sapevo infatti di trovare sul palco questo folletto con le spalle strette, le grandi orecchie a sventola, degli enormi occhialoni bianchi, un vocione che pare venire dalle caverne, e la sua musica come sempre storpiata, stropicciata, stonata, ma che alla fine riesce a far vibrare le corde giuste.

Questa volta non divideva il palco con altri musicisti come l’altra volta, ma era una piccola barca spazzata via dalla tempesta del palco del Bronson, e ovviamente tutta l’attenzione era per lui, e per una specie di corvo imbalsamato messo su un asta al suo fianco a fargli compagnia nelle quasi due ore di viaggio musicale.

Parte con Sweetness, e subito gli perdoni quelle bretelle orribili e quella coppola in testa, non perdono il fonico invece che mette uno slap echo sulla voce che disturba assai e che per fortuna col passare dello show diminiusce sempre di più fino a sparire completamente.

Micah è di buon umore, parla tantissimo: delle elezioni americane, di suo nonno che non c’è più, del suo incidente in Spagna dove ci racconta che si è capottato con il van, e che da allora le sue dita non rispondono bene ai suoi comandi, e per questo si scusa per certi pezzi non eseguiti a regolad’arte. Il che fa un pò ridere, considerato che tutto il concerto è buttato su alla meglio, suonato un pò alla cazzo di cane, e cantato pure peggio. La prima volta ci rimasi quasi male, oggi capisco che è il suo modo di fare e l’apprezzo anche quando fai fatica a riconoscerele tue canzoni preferite.

Il pubblico ascolta in religioso silenzio, qualcuno canticchia come me, ma sempre a bassa voce, l’unico pezzo che cantano tutti è la cover di Elvis e pure questo rende il tutto un pò ridicolo, come gli adesivi attaccati sulla sua chitarra newyorker con scritte tipo: “fuck you i’m batman”. A un certo punto un ragazzo alla mia destra prende coraggio e richiede una canzone del primo disco urlando: “DON’T  YOU FORGET!” lui alza la testa e risponde ridendo sotto i baffi: “i won’t”.

I miei piedi e la mia schiena a pezzi mi avvisano che il concerto sta volgendo al termine. Dopo un bis lunghissimo Micah chiude con un altra cover di John Denver e il pubblico con cinque minuti di applausi. Il rito è compiuto. Io non sono proprio da sabato sera, non ho red bull in corpo, e allora carico la mia amica ciarlona sulla macchina e parto verso casa, con una sola sosta al ciuri ciuri per soddisfare anche lo stomaco, oltre che l’anima.


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