Archive for the 'Uncategorized' Category

Anno funesto.

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Non bastava la perdita di tre cari amici, una pandemia, il lockdown, la perdita del lavoro, sabato, come un fulmine a ciel sereno se n’è andato anche Blackie.

Blackie era il mio gatto, in realtà non era nemmeno mio, l’aveva trovato mio fratello in campagna tutto infreddolito e malaticcio, e una volta arrivato a casa lui aveva scelto me. Nonostante io ero l’unico che non lo nutrissi, mi stava sempre appiccicato, le mie sieste dopo pranzo non erano tali se lui non veniva a bussare alla porta per venire a stendersi con me. Ho avuto altri gatti e cani, ma lui l’ho vissuto con una consapevolezza diversa, e questo legame che si era creato tra di noi l’ha reso ancora più speciale.

Era un gatto sfigato, era nero, io lo chiamavo “sfigatto” o “gattaccio”. Era piccolo e magro, vomitava un giorno si e uno no, aveva due canini superiori sporgenti che perse cercando di sfondare la porta della mia camera a zuccate. Sentiva perennemente freddo (come me) e nonostante sia nato allo stato brado non ha mai avuto la minima intenzione di uscire fuori di casa, anche se a volte lo tenevo in braccio per fargli vedere il mondo che scorreva fuori dalla finestra, lui fissava gli oggetti che si muovevano, e dopo un minuto perdeva la sua attenzione e tornava a dormire. Perchè dormiva tanto, mai visto un essere vivente dormire tanto, a volte pure venti ore al giorno.

Il giorno dopo sono stati fatti sparire gli oggetti legati a lui, le sue ciotole, i tanti giacigli dove poteva dormire, l’erba gatta, la sua lettiera, eppure ogni tanto quando sono sovrapensiero mi sembra mi vedere con la coda dell’occhio qualcosa di nero che si muove, anche se quella coda sempre alta che veniva a salutarti, ora non verrà mai più.

Addio Gattaccio.

Metà anno.

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Non ci si crede, ma siamo già a metà anno. Io non credo nemmeno alla sfortuna, tantomeno a quello che si dice degli anni bisestili, ma considerato che mi sono fatto tre mesi di arresti domiciliari, e in questo momento sono a casa a grattarmi i pollici invece di lavorare a Ibiza, inizio a farmi qualche pensiero.

Tornando a noi, una volta oltre al classificone di fine anno, facevo pure un INO a metà, ma quest’anno tra Covid e crisi di ispirazione che c’è in giro metto solo quello che mi ho ascoltato in ordine alfabetico, ci rivediamo a Dicembre per la classifica vera e propria.

Waxahatchee – Saint Cloud.
Un gradevole dischetto indie-country, senza picchi e senza cadute di stile. Una voce al limite dello sgradevole che però piace proprio per questo.

Tame Impala – The Slow Rush.

Sempre anticipati da ingombranti hype, i nostri amici australiani fanno l’ennesimo dischetto con un paio di canzoni decenti, un paio di idee carine, e qualche giochino di produzione

godibile.
Real Estate – The Main Thing
Disco un pò inutile, adatto solo a chi si avvicina a loro per la prima volta. Per il resto non fanno altro che suonare la stessa canzone all’infinito.
Perfume Genius – Set My Heart on Fire Immediately.
L’hanno venduto come il capolavoro di Mike Handreas, quando in realtà lo er il precedente-meraviglioso “No Shape”. Si vede che è meno tormentato, non so, ma lo spessore e i testi sono quattro spanne sotto.
Ray LaMontagne – Monovision.
Non ho mai avuto troppa voglia di approfondire Ray, ma questa penuria di dischi da 2020 mi ha fatto scoprire questo cantautore d’altri tempi che si merita di entrare in classifica con un
disco pieno di mestiere.
Pearl Jam – Gigaton.
Non nemmeno io perché ancora li ascolto, forse perché sono della generazione grunge e ci sono cresciuto, peccato che da quando c’è Matt Cameron alla batteria sono ogni volta più imbarazzanti. Come al solito si salvano le 2/3 ballatone, il resto si può buttare nel rusco.
Owen – The Avalanche
Lo sapete, Mike Kinsella è uno dei miei eroi, e il precedente “The King of Whys” è forse il più bello della sua carriera. Con un pò di disappunto devo dire che questo invece è un pò piatto, nonostante la produzione di “Bon Iver” Sean Carey gli manca quel brio e le batterie del precedente, però il mestiere c’è sempre.
Neil Young -Homegrown.
Non si capisce cos’è: un vecchio disco rimasto nel cassetto per 40 anni, una raccolta di inediti e b-side, rifacimenti di pezzi. Non importa, è il Neil del momento figo, quello della depressione, della droga e tutto il resto. Per gli amanti di Neil ma anche per chi si vuole avvicinare.
Morrissey – I Am Not A Dog In A Chain.
Gli ci voleva il gradevole disco di cover dell’anno scorso per trovare la verve perduta ( e per buttare quelle chitarre metal del cazzo) Niente di eccezionale, chiariamo: non saranno gli Smiths, al almeno non è fastidioso come certi ultimi lavori.
M. Ward – Migration Stories.
Non se lo caga nessuno da anni, ma continua imperterrito a scrivere piccoli gioellini di dischi che ahimè, sarò tra i pochi ad ascoltare.
Four Tet – Sixteen Oceans.
E’ un disco strano, ancora devo capirlo, di sicuro è un pò slegato. Ci sono dei pezzi ambient alla Brian Eno, ma anche delle casse dritte che sembra di essere a Berlino.
Destroyer – Have We Met.
Dopo due bei dischi e uno disastroso, avevo ben poche speranze, invece incredibilmente i nostri amici canadesi per adesso hanno sfornato la cosa più godibile in questo anno disgraziato. Bello dall’inizio alla fine.
Damien Jurado – What’s New, Tomboy?
Ormai abbiamo perso il conto. Ogni anno, puntuale come la morte, pubblica un album. A volte più riuscito, a volte meno. A volte scarno, a volte pomposo. Questo gli è venuto veramente bene.
Cowboy Junkies – Ghosts.
Loro sono miei idoli da quando fecero quella meraviglia del disco tributo a Vic Chessnut. Nel 2018 tornarono con un album dopo una pausa di 6 anni, per questo rimasi sorpreso quando uscì questo “Ghosts”. Probabilmente sono gli outtakes di quel disco, però facciamo finta di niente e ce lo godiamo.
Caribou – Suddenly.
La dimostrazione di come si possa fare musica elettronica interessante nel 2020, mescolando generi diversi, senza mai cadere nel becero o cercando la facile affermazione.
Car Seat Headrest – Making A Door Less Open.
Ci avevo puntato molto, gli ultimi due dischi erano stati una grande ventata di freschezza. Questo? Meh. La produzione a cazzo certo non aiuta, gli inserti elettronici neppure.
Daniel Blumberg – On&On&On.
Ha fatto le scuole buone con i Yuck che andavo a lezione dai Pixies, poi si è esaurito, ha perso tutti i capelli e ha fatto due dischi solisti (con Jim White alla batteria) andando a lezione da Bonnie Prince Billy. Una bellissima conferma.
Bombay Bicycle Club – Everything Wrong Has gone Wrong.
Si erano sciolti. Hanno provato a fare altre cose come solisti. E come dice una canzone del disco “Everything else has gone wrong”. Ecco, meglio che ci hanno ripensato.
Bob Dylan – Rough And Rowdy Ways.
C’è un pezzo che dura 17 minuti. E’ quasi spoken word. Metà del disco suona uguale. Eppure è meraviglioso, provatelo mentre guidate da soli di notte. Come farà il mondo quando non ci sarà più? Non voglio pensarci.

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Ci ho pensato tanto prima di pubblicare un nuovo post. Facebook e Instagram succhiano energia dai blog in una lotta impari. In più la mia classifica annuale dei dischi di fine anno era così bella che volevo lasciarla in primo piano più tempo possibile. Ed è un peccato, perchè ormai uso Whiterusssian come un diario personale, e tra qualche anno quando scorrerò indietro i mesi, mancherà tutta la parte dello splendido inverno passato a Tenerife come al solito, dal lato buono dell’isola, del solito ostello, ma questa volta tirato sù dal nulla, e cresciuto  e curato come un animale da compagnia.

Mancheranno anche i due mesi infiniti passati tra quattro mura, per scampare da una pandemia prima derisa, poi temuta, e infine odiata per tutti i danni che ha causato. Perchè se è vero che questi due mesi della primavera più bella e soleggiata che ricordi, non me li ridarà mai nessuno indietro, c’è pure Mirko che nessuno ci restituirà, e non potremo fare altro che sentire la sua voce nelle canzoni dei Camillas e pensare ai tanti bei ricordi con lui.

Questo tornado ha spazzato via anche tutte le mie certezze di una stagione a Ibiza,  e tutt’ora non so se e quando potrò non solo tornare al lavoro, ma addirittura varcare il confine di una regione.

Ieri intanto siamo usciti per strada dopo quasi 60 giorni, ho inforcato la bici e ho pedalato per tutta la Panoramica, ed è stata una sensazione meravigliosa, quasi un rito pagano sul ritorno alla vita. Quella continua, un pò ammaccata, un pò sovrappeso, ma cerchiamo di santificarla a modo, quello che conosciamo bene.

Classifica dischi 2019.

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Purtroppo ho iniziato ad ascoltarlo a classifica fatta, altrimenti sarebbe finito dritto in top ten. Poco male, lo inserico qui, meglio di niente. Disco d’esordio per questo sbarbatello di Newcastle, con 13 pezzi uno più bello dell’altro, in una strana formazione alla Bruce Springsteen, con tanto di assoli di sax e ritmi alla The War on Drugs. Voce potente e maturità nei testi, e uno spaccato dell’inghilterra di oggi, tra brexit, consuete sbronze britanniche, e Mexican Standoff.
Canzone: Will we Talk.
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Forse l’ultimo disco del 2019, arrivato appena in tempo per entrare in classifica, più perchè gli voglio bene, che per il valore del disco. Non è che sia brutto, però è decisamente monocorde, il duo di Nashville già non era molto allegro prima, poi pare sia successo qualcosa di brutto a qualcuno a loro caro, e da allora è pure peggio. Questo disco è quasi interamente orchestrato, con qualche piccola parte di chitarra e qualche coro ogni tanto. Praticamente un unico flusso dall’inizio alla fine.
Canzone: Without Form and Void.
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Hanno ancora qualcosa da dire? No. Però suonano cazzuti e quadrati, i suoni sono iper-prodotti e la batteria sfonda speaker che è una meraviglia. Insomma un’esercizio di stile per mostrare un pò i muscoli e poco più. In mezzo ci mettono pure un pezzo piacione (555) per le nuove generazioni, vabbè.
Canzone: Surviving.
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Il loro esordio nel ’96 fece scalpore. Erano ancora i primi esperimenti elettronici, e loro si erano ricavati un loro posto con pieno diritto. Tanta acqua è passata sotto i ponti, loro si sono presi delle pause, poi sono tornati e siamo arrivati a questo 7° album. Ce n’era bisogno? No. Anche se parte benissimo, ma quando pensi che decolli, si schianta al suolo con soluzioni poco felici, anche se la sua voce ha sempre un buon perché.
Canzone: The New isn’t so You Anymore.
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Disco minimale per il nostro eroe con qualche problema sociale. Ricordo di averlo visto al Bronson di Ravenna e sembrava quasi Rain Man. Però ci piace come canta e come suona, anche se questo disco non è a livello di quello precedente, e due arrangiamenti in più non facevano schifo. Se vi piace il primo Leonard Cohen è il vostro disco.
Canzone: Throw Me Now Your Arms.
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Lo sappiamo, il personaggio è di quelli che fa incazzare. Una ricca viziata che ha il potere di avere grandi produttori e gente che gli scrive canzoni. A volte funziona, tipo il primo disco, oppure quello passato. Altre volte no, tipo questo. Disco lungo, monocorde senza guizzi, con testi ridicoli e con lei che sembra manco abbia voglia di cantare. E riesce pure a rovinare una canzone dei Sublime.
Canzone: Venice Bitch.
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Come un fulmine a ciel sereno, arriva inaspettato questo EP di sole 4 canzoni, tutte sullo stesso stile, cantate quasi sottovoce, e suonate in un’atmosfera soffusa. Peccato solo che duri poco.
Canzone: Adora Venera.
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Stereogum & soci stanno cercando di farla passare come un fenomeno, miglior disco dell’anno etc. La verità è che è un disco gradevole, ma come vedete rimane piuttosto in basso nella classifica. Le canzoni sono belle, ma questo cantato tipo usignolo dopo un pò rompe i coglioni, ed ascoltare l’album tutto di seguito è una vera impresa.
Canzone: Something to Believe.
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Dopo una lunga sfilza di dischi azzeccati, con Here Comes the Cowboy siamo al primo (mezzo) passo falso. Il disco è stanco, ed alcuni pezzi come “Choo Choo” sono addirittura irritanti.
Canzone: All of Our Yesterdays.
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Che disco strano. Hai in formazione un batterista come Glenn Kotche, e gli fai suonare un disco intero senza toccare un  piatto. Non so che genere di album aveva in mente Jeff Twedy, ma il risultato non è proprio riuscitissimo. Va bene che sono dieci anni che sbagliano dischi (dopo averli azzeccati sempre), però così è un pò autolesionismo. Pure Nels Cline sembra piuttosto castrato, poi chiaro, di classe ne hanno da vendere, e anche un compitino per loro diventa un discreto disco.
Canzone: Everyone Hides.
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Sarà un mio problema, ma a me sta roba non entusiasma. Per carità, ce ne fossero di dischi così, ma tra un anno chi ricorderà queste canzoncine dalla produzione così vellutata? Io no.
Canzone: Tonight.
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Come non voler bene al nostro Devendra? Sono più di dieci dischi con questo, con alti e bassi, ma sempre col suo stile inconfondibile, fatto di canzoni spensierate, a volte accennate, a volte cantate in spagnolo, o in tedesco quasi sempre sghembe, ma che si fanno ascoltare sempre con piacere.
Canzone: My Boyfriend’s in the Band.
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Questo disco ricalca il precedente dell’anno scorso per la sua struttura: un pezzo lunghissimo iniziale che è il cuore dell’album, seguito da cinque canzoni di durata normale a completare. Lo stile è il solito suo: musica sussurrata e dilatata fino all’impossibile. Un gradevole viaggio che ti porta con la testa in altri lidi.
Canzone: Time (you got me).
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Ormai sono anni che aspettiamo che Wayne faccia un “Yoshimi 2”, e ogni volta che esce un nuovo disco ci illudiamo un pò, ma ovviamente non arriverà mai più. Almeno questo non è fastidioso come certe altre uscite. E’ una specie di concept, con Mick Jones dei Clash non a suonare, ma a fare la voce narrante (?!) che volendo certe atmosfere e colori di Yoshimi le ricorda pure. A volte bisogna accontentarsi.
Canzone: How Many Times.
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Sono passati 20 anni da quando organizzammo un concerto di Will Oldham in uno squallido centro sociale pesarese, e da allora tanta acqua è scorsa sotto i ponti, ma il nostro eroe continua a produrre ottima musica. Nonostante la prolifica produzione però, questo è il primo disco di inediti dal 2011. E come un vino buono lei e la sua voce sono migliorati, diventando più morbidi e perdendo le stonature degli inizi. Diciamo che non è particolarmente ispirato, ma si ascolta sempre bene anche se queste atmosfere country alla lunga stancano, a meno che tu sia un cowboy del Texas.
Canzone: You Know the One.
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Dopo  l’annuncio della pausa dai Moderat, ed a otto anni dal precedente, c’era un sacco di attesa per il nuovo disco di Apparat. Beh, diciamo subito che l’attesa non è stat appagata. E’ un disco stanco, sembra sempre che sta per partire ma non parte mai. A parte l’ultima traccia, ma ormai è troppo tardi.
Canzone: In Gravitas.
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Anche se siamo alla fine degli anni ’10, questo disco potrebbe benissimo essere uscito nei primi anni ’70. Ed è la sua fortuna, perché il bello sono questo atmosfere anni ’70 alla Al Green che sopperiscono alle canzoni un pò deboli.
Canzone: You Ain’t The Problem.
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Credo sia stato il primo disco uscito nel 2019. Io camminavo per le strade di Las Palmas con questo nelle orecchie, e mentre mi chiedevo chi fosse Phoebe Sticazzi, rimpiangevo   il Bright Eyes dei tempi d’oro. Solo dopo avrei realizzato che sarebbe stato solo il primo di una lunga serie di dischi-con-voce-femminile. Comunque, niente di memorabile, livello medio dei dischi di * degli ultimi dieci anni, ma andando in monopattino verso Las Canteras con questo nelle orecchie non era male.
Canzone: My City.
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Le idee sono poche, quindi quest’anno tanti dischi di cover, la differenza rispetto agli altri anni, è che la maggior parte sono riusciti, come questo Varshons II (del primo ignoravo l’esistenza). Canzoni più o meno famose rifrangiate con stile, c’è Chris Brokaw dei Come alle chitarre, la voce è vellutata più che mai, e tutto scorre che è una meraviglia, come il Flixbus che mi porta in Aprile in Croazia con questo disco nelle cuffie.
Canzone: Speed of The Sound of Loneliness.
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Come non si va a volergli bene? Bene o male hanno dettato le leggi della musica elettronica da metà anni ’90 fino ad oggi, spesso fregandosene di fare prodotti commerciali, ma solo per il gusto di fare musica. Questo “No Geography” non è né il più brutto, né il più bello della loro lunga discografia. Debole sui singoli, ma mantiene sempre un livello più che soddisfacente per tutto il disco, un pò il contrario di “Born in the Echoes”.
Canzone: Got to Keep On.
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Questo è un disco per gli orfani dei Sigur Ros. Visto che probabilmente non faranno più dischi (almeno decenti) perché non pescare qualcos’altro da qualche altro paese nordico a caso. Del resto il danese è incomprensibile come e più dell’islandese. Sono al quinto disco ed escono per la 4AD, un disco perfetto per guardare il paesaggio innevato mentre sorseggi una tazza di caffè.
Canzone: Uden Ansigt.
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Loro sono uno dei miei “Guilty Pleasures”: un onesto gruppo finlandese che scrive del pop godibilissimo. Giunti al terzo disco, e persa la memoria di “dirty Paws”, sono passati in maniera anonima in questo 2019, ma io ho passato volentieri queste note nella mia fidata A2 mentre sfrecciavo per le strade di Ibiza.
Canzone: Under a Dome.
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Con gli Yeahs, Yeahs, Yeahs in pausa, la nostra Karen O pensa bene di fare un bel dischetto con uno dei produttori più fighi in circolazione. E ovviamente il risultato soddisfa tutti. Finalmente Karen O torna a fare musica dopo quella mondezza del suo disco solista, mentre Danger Mouse non ne sbaglia una, sia come produttore che come scrittore.
Canzone: Redeemer.
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Ci voleva un disco di cover che ritrovare il Moz che ci piace, grintoso ma senza le chitarre metal, con le melodie che piacciono a noi, ed arrangiamenti ragionevoli. Anche perché diciamocelo, gli ultimi dischi sono abbastanza fastidiosi quasi quanto le sue sparate, mentre questo si ascolta che è un piacere. Si passa da canzoni famosissime di Dylan ad altre semisconosciute, fino ad un duetto tanto improbabile quanto riuscito col cantante dei Green Day.
Canzone: Days of Decision.
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Dopo un paio di tentativi con due EP, finalmente la collaborazione tra questi due gruppi partorisce un album (solo mezz’ora di durata)la cui naturalezza dimostra quanto Calexico e Iron&Wine si mescolino bene insieme. Chiaramente si nota il songwriting di Sam Beam, però tutto suona molto Calexico, e quindi suona molto bene. (a parte la canzone del passero)
Canzone: What Heaven’s Left.
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L’anno  delle cantanti donna dicevamo. E i Mercury Rev dopo un disco imbarazzante, decidono di coverizzare  un intero disco degli anni ’60, facendolo cantare da 6 cantanti diverse. Il risultato è meraviglioso, e se uno non conoscesse il disco originale, o non l’avesse letto, potrebbe essere benissimo contemporaneo.
Canzone: Courtyard.
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Prima  del disco ufficiale, questa estate uscì tra il silenzio generale questa chicca di disco, che altro non è che: Bonnie “Prince” Billy, il chitarrista dei National Bryce Dessner, e una piccola  ensemble di archi che rileggono a loro modo  vecchie canzoni sempre dello stesso cantante, ridando nuova vita e luce a brani minori che avevamo dimenticato. Peccato solo per l’ultimo estenuante pezzo di oltre 16 minuti, che si può tranquillamente tirare nel cesso.
Canzone: Best For Thee.
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Il disco precedente l’avevo consumato, e mi ricorda un periodo felice dove feci un grosso cambiamento di vita. Da allora Cass è diventato un mio compagno di viaggio, e pure questo disco mi riporta alle passeggiate sulla Canteras come quello precedente sulle larghe strade madrileñe. A dire la verità questo non raggiunge le vette di mangi Love, ma è comunque una delle cose migliori passate in questo 2019 poco ispirato.
Canzone: Sleeping Vulcanoes.
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Io penso siano tutte canzoni outtake di quella cosa meravigliosa che era il disco precedente, perché suona identico: basi elettroniche/ e vocoder sparato. Finito l’effetto sorpresa, e con un livello medio inferiore, con colpisce come *, ma si ascolta sempre con piacere.
Canzone: The New isn’t so You Anymore.
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Ennesimo disco meraviglioso del nostro crooner di Sheffield preferito, e come sempre disco snobbato da tutti. Songwriting brillante, arrangiamenti sontuosi, melodie sognanti, c’è tutto in questo piccolo bignami sul come scrivere una canzone in Inghilterra nel 2019.
Canzone: Further.
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Finalmente. Dopo aver fatto dischi prodotti da dio ma con canzoni “povere”, finalmente il genietto inglese ha imparato anche a scrivere, non solo a produrre. Bellissimi campionamenti (anche di cori italiani anni ’60) e finalmente anche belle melodie. Peccato solo quei pezzi rap all’inizio che danno veramente fastidio, ma a volte skippare non è proprio così malefico.
Canzone: Can’t  Believe The Way We Flow.
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Io lo dico sempre che non bisogna sposarsi mai, figuriamoci fare figli. Guardate cosa è successo al nostro Bill ad esempio. Dopo una pausa di 6 anni ti sforna un doppio piatto come il matrimonio dove appunto ti racconta quasi alla maniera di Mark Kozelek, com’è bella la vita a casa con la moglie che ti prepara la cena, e il bimbo che cresce. Quasi spoken word, melodie al minimo, strumentazione quasi inesistente. Aspettiamo che Bill divorzi, ci piaceva di più quando soffriva.
Canzone: 747
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Se vi piacciono le atmosfere malinconiche, le brasa song, l’aria un pò balcanica e messicana allo stesso tempo, gli arrangiamenti sontuosi ma contemporaneamente lo-fi,
le tastiere Farfisa, gli ukulele e il cantautorato americano, beh, questo è il quarto disco dei Beirut, e vi piacerà.
Canzone: When I Die.
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Ci hanno fatto aspettare 15 anni per un secondo disco, e nemmeno ci siamo ripresi dall’emozione che ne sfornano un terzo (ovviamente ancora senza titolo). Il trio più figo del mondo sembra si sia sbloccato (oppure hanno un mutuo da pagare) e noi non potremmo essere più contenti. La batteria è una delle più fantasiose della storia della musica, e Mike Kinsella aka Owen sa scrivere come sempre. Se siete orfani dell’indie americano anni ’90 e le batterie complicate, è il vostro disco.
Canzone: Uncomfortly Numb.
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E’ chiaro che dopo aver fatto tre dischi mostruosi, completamente diversi l’uno dall’altro, un piccolo passo falso il nostro Justin doveva farlo. Oppure avrebbe dovuto fare che so, un disco di musica classica. Perché il nostro eroe moderno è passato da una gemma acustica intimista, a un disco super prodotto con 40 tracce e doppia batteria, alla sperimentazione elettronica. Questo racchiude un pò tutti gli elementi ma sembra più un b-side dell’ultimo lavoro.
Canzone: Hey Ma.
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Due EP usciti a pochi mesi di distanza, che calcolo come un disco unico. Ovvero il disco del grande ritorno (che non è stato il precedente). Qui troviamo tutti gli ingredienti che hanno fatto di questo ensamble canadese una meravigliosa realtà. Cinque più cinque canzoni (ma due sono solo intro) che messe insieme fanno uno dei dischi più belli dell’anno e della loro discografia, due spanne sopra quello del ritorno di due anni fa. C’è anche Feist e non può che farci piacere.
Canzone: Remember Me Young.
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Uno dei primi dischi usciti nel ’19 e con un sacco di aspettative dopo il meraviglioso precedente, che infatti non è riuscito ad eguagliare. C’è da dire che rispetto ai precedenti  lavori cambia parecchio il tiro. Abbandonate le chitarre acustiche, qui siamo di fronte ad un disco super-prodotto, a volte pure troppo. C’è un pò la sensazione che la volontà era quella di fare un disco che piacesse a una platea più ampia, con canzoni catchy, e suoni che potessero essere radio friendly.
Canzone: Seventeen.
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Questo è il disco che mi ha emozionato di più. E forse è il suo disco più bello. Togliamo il forse. Limate le asperità ed addolcita la voce che in principio mi dava quasi fastidio, il nostro svedosone ha sfornato una delle cose più interessanti dell’anno, ed ovviamente non se l’è cagato nessuno. Bellissimi anche gli arrangiamenti e sopratutto le atmosfere delicate ma al tempo stesso emozionanti. Questo è stato anche il disco che ascoltai mentre riuscì a tornare per 24 ore a visitare i miei, e rimarrà sempre un pò speciale per me.
Canzone: Hotel Bar.
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I nostri e eroi continuano con la strada intrapresa dal precedente “Sleep Well Beast” che tanto aveva diviso critica e fans. Scelta che io condivisi in pieno e che qui vede la giusta consacrazione. Il disco segue il mood di quest’anno di inserire voci femminili nel disco, e qui l’effetto è decisamente riuscito. Basta ascoltare il primo pezzo quando Gail Ann Dorsey (ex-bassista di Bowie) inizia la sua parte, è come se si aprissero le porte dell’Olimpo. Il resto del disco scorre tra ritmi sincopati, accenni elettronici, la voce baritonale di Matt Berninger e appunto queste ospiti a fare la parte del leone.
Canzone: You Had Your Soul With You.
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Persa la metà creativa, avevo molti timori verso questo 4° lavoro dei VW. E lo hiatus di 6 anni non lasciava certo presagire buone notizie. Quello che ne è scaturito è un disco un pò troppo lungo, molto pop, solare ma senza quel tocco in più che gli dava Rostam. Però si ascolta che è una meraviglia, sopratutto d’estate e di filler ce ne saranno solo un paio su diciotto. Anche qui, come nel trend del 2019, c’è spesso una voce femminile. Forse è il primo disco dove sono una band, e non un duo, e confermarsi dopo tre dischi come i precedenti non era facile, ma la missione è compiuta.
Canzone: This Life.

E’ tempo di classifiche, è tempo di Suntori.

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Odio il natale, ma amo le tradizioni. E per uno come me che si ciba di musica (e torte) questo è il momento dell’anno in cui pubblico la classifica di quelli che per me sono stati i dischi più belli dell’anno.

Che anno è stato? Non particolarmente bello, con qualche nome grosso che non ha mantenuto le attese. Tanti dischi di cover (stranamente ben riusciti) , ma il leit-motiv è stato quasi per tutti quello di inserire una o più voci femminili. Sembra che si sono quasi messi d’accordo, ma la metà degli album ha questa caratteristica.

Un paio di dischidemmerda, tipo M83 e Why?. Altra mondezza tipo Ariana Grande o Lil sticazzi, o Kanye West, nemmeno la calcolo.

Ciao Pazz

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Questa calma ottombrina post stagione, è stata bruscamente interrotta da uno di quegli eventi che ti cambiano la vita: un amico che non c’è più.

Sono stato colpito da lutti familiari in giovane età, non posso dire di esserci abituato, ma la corazza già spessa di suo, lo diventò ancora di più. In più le odierne misure di sicurezza automobilistiche, le cinture, l’abs, gli airbag, hanno fatto in modo che la mia generazione, a differenza di quella precedente, non ha dovuto piangere i “morti del sabato sera” che tanto andavano di moda da queste parti negli anni ’80.

Ma il triste mietitore non da appuntamento, passa quando vuole, e prende chi gli pare, anche se è ancora giovane, ha figli, ed è la persona più buona dell’universo.

Rimangono i bei ricordi passati insieme, le mille cazzate condivise, le gite, i capodanni e le sbronze, qualche foto ancora analogica, la sabbia del Sahara, i dubbi esistenziali su quello che eravamo e su quello che saremmo diventati, puntualmente disattesi.

Ciao Pazz.

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Mentre scrivo queste righe ho già il mio culo secco appoggiato nella mia poltrona preferita, e il gatto che si aggira e ogni tanto si strofina sulla mia gamba. La mia tazza preferita col caffè fumante, e i miei biscotti vegani finalmente cotti tramite un cazzo di forno che non avete idea di quanto mi sia mancato anche se era estate e facevano trenta gradi.

Tutto questo preambolo per tranquillizzarvi, lo so che ci tenete alla mia salute, e che dopo il solito viaggio della speranza sono sbarcato in Italia. E non è un modo di dire, visto che di traghetti come al solito ne ho dovuto prendere due, di cui uno con venti ore di viaggio.

La novità quest’anno è stata che ho fatto una rotta alternativacercando di concentrare la trasferta in due giorni invece di tre. Greta non ne sarebbe stata contenta, visto che dopo il primo traghetto per Denia, mi sono sparato sei ore di autostrade spagnole (con paesaggi meravigliosi degni dei nostri spaghetti western) per arrivare a Barcellona nello stesso giorno per poi prendere il secondo traghetto verso Civitavecchia.

Venti ore infinite di rottura di coglioni, un cacio & pepe ed una litigata al ristorante, e poi altre quattro ore di guida col fido tre cilindri, e alle due di notte ero a casa, valigie e pianta di Agave compresi. Ora mi aspetta il solito riposo del guerriero in attesa di nuove avventure, vediamo se quest’anno riusciamo ad evitare le Canarie.

IMG_5155Non posso credere che questa terza avventura nell’isola pitiusa sia già terminata. Come sempre è stata un vortice di emozioni, e come sempre ad ogni picco positivo, ne è seguito un altro negativo della stessa entità. Non dimentirò mai le difficoltà per trovare un appartamento ad un prezzo decente, un mese intero dormendo nel divano di Filippo in attesa che il piso fosse disponibile, il panico del primo giorno di lavoro pensando di aver dimenticato tutto quello che avevo imparato, le solite multe che arrivano quando meno te l’aspetti, i clienti pazzi e quelli incontentabili, gli orribili pasti carnivori in mensa fatti di patate fritte ed insalata, e i turni infiniti fino a mezzanotte.

Ma come non dimenticare i meravigliosi day-off nella mia spiaggia preferita, io che cavalco la mia e-bike con le cuffie nelle orecchie lungo il mare scansando inglesi malvestiti che si dirigono all’Ocean beach, le infinite bottiglie di rosado al Kiosko, i cieli tersi, i colori vivi, il venticello che attraversa l’appartemento, le trombate a caso da ubriaco, gli amici che mi sono venuti a trovare, e tutto quello che quest’isola dalle mille opportunità ti può offrire, ma anche togliere quando più gli piace.

Grazie ai capricci di un nuovo direttore zelante, quest’anno finisco prima, provo un nuovo tragitto nel viaggio della speranza per l’Italia, e se all’inizio mi giravano le palle per questa fine anticipata, alla fine tornare un mese prima a vedere il gatto e usare il forno non è affatto una brutta idea, ora riposo (poco) e penso a nuove idee per il futuro prossimo e forse anche per l’anno nuovo. Hasta luego Ibiza.

Classifica di una notte di mezza estate.

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The National – I Am Easy To Find
L’ultimo disco era meraviglioso anche se è stato stroncato, questo è decisamente un gradino sotto, e tutto questo uso di ospitate femminili lo vedo come un segno di irrobustire un album che con qualche canzone in meno sarebbe stato ancora più bello.
Vampire Weekend – Father of the Bride
Abbiamo aspettato sei anni per il nuovo disco, e purtroppo hanno perso per strada una delle due menti, quella più originale e che ne curava gli arrangiamenti. Il risultato è un bel disco, però troppo lungo, e senza’l’originalità che ne contraddistingueva la loro produzione.
Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow
Anche qui, siamo decisamente un gradino sotto quella meraviglia che era l’ultimo disco. Sharon ha virato verso il pop, verso la produzione patinata, e non credo sia stata una buona idea.
Broken Social Scene – Let’s Try After Vol.1
Broken Social Scene – Let’s Try After Vol.2
Ma che meraviglia questo collettivo canadese, sfornano dischi ed Ep nell’indifferenza generale ma senza sbagliare una canzone.
American Football – American Football 3
Per chi ha vissuto, consumato ed amato il primo disco quasi vent’anni fa, è un pò difficile pensare che questo trio continui a fare musica. La magia è sparita, ma il manico è rimasto, ed è subito drummer’s paradise.
Bill Callahan – Shepard in A Sheepskin Vest
Lo sapete tutti, è il mio eroe dai tempi Smog. Però è in piena crisi “Mark Kozelek”, dischi lunghissimi, scarni, quasi parlati. Si stava meglio quando lui stava peggio, adesso che è sposato con figli si vede che non soffre più. E si sente.
The Tallest Man On Earth – I Love You, It’s a Fever Dream
Lui invece è stato lasciato. E si sente. Un altro disco meraviglioso che cresce piano piano e ti conquista nella sua semplicità.
Cass McCombs – Tip Of The Sphere
Chiaramente non poteva fare un disco bello come quello prima (andate a recuperarlo). Comunque ci prova e a volte ci riesce (Sleeping Volcanoes)
Beirut – Gallipoli
Ormai non meraviglia più nessuno, ha perso molto del suono gitano, la produzione ha svoltato verso il pop, ma le atmosfere rimangono magiche.
Mercury Rev – Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited
Solo un bruciato come Jonathan Donahue poteva pensare di rifare un misconosciuto disco del 1968 con solo ospiti femminili alla voce. Meraviglia.
Lambchop – This (Is What I Wanted To Tell You)
L’idea di virare sull’elettronica e fare un intero disco col vocoder è stata meravigliosa. Peccato che hanno sentito il bisogno di farne un altro identico.
James Blake – Assume Form
Il nostro Jamesha smussato gli angoli, accorciato il minutaglie e scelto bene i campionamenti. Peccato per quei 2/3 pezzi col rapper del cazzo per vendere due dischi in più in America. Ovviamente quelli fanno cagare.
Karen O & Danger Mouse – Lux Prima
Karen O da un pezzo sembra essersi stancati dei suoi Yeah Yeah Yeah’s, e ora si diverte a fare dischetti del genere con gente a caso tipo Danger Mouse. 
Richard Hawley – Further
Uno dei grandi misteri della musica: perché nessuno (almeno fuori da UK) caga il buon Richard che continua a scrivere bellissimi dischi? Peccato solo per i pezzi caciaroni, quelli notturni sono uno spettacolo come sempre.
The Lemonheads – Varshons II
Evan Dando da anni ormai ha perso il treno che conta, però questo disco di cover è veramente godibile.
Damien Jurado – In The Shape Of A Storm
Un disco sussurrato per il nostro Damienone che ogni anno ci regala qualcosa di bello.
The Chemical Brothers – No Geography
Non c’è il singolone questa volta, però il livello è più alto e i pezzi meglio legato fra di loro.
Morrissey – California Son
Chissenefrega se il nostro eroe ultimamente è un pò sciroccato e magari anche poco ispirato se poi ci regalo questo dischetto di cover più o meno conosciute.
Calexico & Iron &Wine – Years To Burn
Due montagne che hanno partorito un topolino. Vabbè, una marmotta dai.
Better Oblivion Community Center – Better Oblivion Community Center
Ovvero Conor Oberst dei Bright Eyes più Phoebe Bridgers che fanno un dischetto pop. Fine.
Apparat – LP5
Grandissime aspettative, ma Sasha deve essersi addormentato mentre faceva il disco.
Mac De Marco – Here Comes The Cowboy
Primo passo falso della sua carriera, a volte sarebbe meglio aspettare un pò invece di fare uscire un disco all’anno.
Lamb – The Secret Of The Letting Go 
Primo pezzo che ti fa volare. Poi vola nel dimenticatoio.
Sun Kil Moon – I Also Want To Die In New Orleans
Ormai se non fa tre dischi all’anno con pezzi di 20 minuti dove parla che il vicino ha comprato il detersivo sbagliato non è contento.
 

Here we go again.

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La vita è strana, sono stato inchiodato per 20 anni nello stesso posto di lavoro, mentre gli ultimi tre anni ho girovagato peggio di uno zingaro. Sempre con precedenza alle isole, ovviamente. E mentre ora vorrei essere tra lande bavaresi, ora mi ritrovo nel mezzo del Mediterraneo.

Il culo secco è già a Ibiza da un mese, ho festeggiato degnamente qui il mio compleanno, ho dormito in un divano aspettando che il mio (carissimo) appartamento fosse pronto, ho girato con la mia e-bike come un criceto, e ho fatto già a tempo a rompermi i coglioni, figuriamoci come arrivo a fine Ottobre.

Però ci siamo: domani mattina inizio il primo giorno di lavoro in hotel, mercoledì mi danno le chiavi del piso, e il socio è atterrato oggi.

I buoni propositi sono tanti, quasi sempre non rispettati, Le cattive abitudini, quasi sempre appagate.

io non ti cerco
io non ti aspetto
ma non ti dimentico.

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