Segundo mes

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E’ incredbile come qui a Tenerife le giornate scorrano lente, eppure il tempo voli. Siamo già alla fine di Giugno e non mi ero nemmeno accorto che sono passati più di due mesi da quando sono qui.

Direi che mi sono ampiamente ambientato, la mia pelle ha raggiunto il colore di un marocchino e ho dimenticato cosa sono pantaloni lunghi e giubbotti. Ho girato l’isola da Nord a Sud e ogni volta mi riserva qualche piacevole sorpresa. Abbiamo avuto sole, vento (tanto) calima, ma mai pioggia. Ho perso dei chilometri fatti con il mio rottame di bici rossa, ho bucato, ho provato a riparla (e alla fine ho comprato una camera d’aria nuova). Ho migliorato il mio spagnolo (sempre poco dignitoso) ma ancora di più il mio inglese visto che qui in ostello è la lingua ufficiale. Ho conosciuto mille persone, alcune simpatiche, alcune meno, gente riservata, amiconi, e pure una pazza. Ho avuto una offerta di lavoro molto interessante ma ho rifiutato, chissà che non mi possa tornare utile in futuro.

Infine vi posso rivelare che ho avuto anche la mia prima “crisetta”. A un certo punto stavo per abbandonare, arrivavano le prime foto dell’estata italiana, e qui mi sentivo un pò isolato (ma và?!) ma per fortuna è passata e teniamo duro in questo avamposto di civiltà europea in mezzo all’oceano Atlantico.

Primero mes

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Ridi e scherza, ormai è già passato un mese dal mio trasferimento a Tenerife. Anche se la mia vita ha preso dei ritmi spagnoli di una lentezza imbarazzante, il tempo vola anche qui. Lavoro in un Hostel, una specie di villetta dove siamo più lavoratori che ospiti, piccola piscina sul retro, e vista oceano quando preparo il risotto alla sera. Mi sono comprato una bici che mi ha ridato un briciolo di libertà, che si è presto scontrata con le caratteristiche morfologiche di questa isola vulcanica. Il mio paese, El Medano, è un tranquillissimo paesino sul mare, nemmeno troppo turistico, metà preferita di windsurfers da mezza europa. Vita notturna zera, però la migliore spiaggia di sabbia (vera) dell’isola. Un ristorante su due è di italiani emigrati di recente, e i turisti sono prevalentemente vecchi inglesi in pensione che trincano pigramente nei bar sul lungomare sul tardo pomeriggio.

Il lavoro è veramente modesto e allora con la mia due ruote esploro il territorio sfidando salite infinite e terreni vulcanici scoscesi. Ho vinto la mia tradizionale riluttanza al freddo dell’oceano (che non è poi così freddo) e la paura degli squali. A circa 18km da qui c’è il centro di gravità del divertimento dell’isola: Los Cristianos che poi è attaccata a Las Americas che poi è attaccata a Costa Adeje. Insomma un pò come cattolica/riccione/rimini da noi.

Il problema è che è collegata con il temibile bus (detto guagua) 470 che impiega un ora per percorrere una distanza ridicola e che dopo le 20:30 di sera termina le corse.

In una incontrollabile voglia di sballo del Sabato sera mi sono ritrovato a dormire sulla panchina della stazione aspettando il primo bus del mattino, arrivato a casa alle 7:30, alle 8 ho iniziato il turno. Finchè non torno in romagna, sarà il mio primo e ultimo after isolano.

El Canario

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Ok, finalmente posso dirlo: la mia nuova vita 2.0 è ufficialmente iniziata.

Da una settimana ormai vivo a El Medano, piccolo paesino di Tenerife, una delle isole Canarie.

Ho lasciato lavoro, famiglia, affetti e gatto per stabilirmi qui, l’intenzione iniziale è di stare due/ tre mesi per vedere se si riesce a vivere qui e mandare definitivamente a fare in culo l’amata Italia.

E’ stata una lunga strada, frutto di paziente attese,  lunghe ricerche, studi approfonditi (grazie Cla per le lezioni di spagnolo) rinunce, incazzature e momenti di stress.

Ma finalmente sono qui. E’ Aprile ma siamo già a Giugno. Pantaloni lunghi e giubbotto e scarpe chiuso sono già un lontano ricordo. Ho fatto il primo bagno nell’oceano e mi sono stabilito nella mia nuova casa. Che poi è un ostello, e ci lavoro pure ( sempre grato a Workaway ) e questa è l’altra figata nella figata: ogni giorno gente nuova da tutto il mondo, nuove lingue, nuovi amici  e nuovi cibi.

Non so dove mi porterà questa nuova avventura, ma so che questi mesi di estate anticipata nell’isola me li ricorderò per tutta la vita.

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Ich bin ein Berliner

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No, non è vero. Non sono berlinese e non lo sarò mai. E nemmeno ci vivrò. I motivi sono tanti, e il freddo è solo una delle risposte. Volevo darle un altra possibilità dopo la pessima reazione di dieci anni fa, ma nonostante due giornate di sole, il verdetto rimane un deciso no per me.

Per quanto sia fantastica, poliedrica, e con una storia ingombrante quanto le tette della tabaccaia di Amarcord, diciamo che non si fa particolarmente amare.

Appena arrivato, mi accorgo subito di quanto siano esosi i trasporti, e la prima sera lo shock maggiore: nei locali si fuma ancora. Questa pratica barbara viene reiterata in modo sconsiderato e se non sono morto di asfissia la prima notte è solo un miracolo.

Berlino è questo mix di pragmatismo teutonico, e anarchia da centro sociale. C’è una città con i palazzi di vetro e le Mercedes, con dentro un altra città coi palazzoni di stampo sovietico, le donne in burqua, e i party che durano tre giorni. Si perchè l’altro aspetto * è l’uso scondiderevole di droghe di tutti i tipi per permetterti di fare queste maratone sonore, e poi chissenefrega se ti sei appena ingerito un solvente per vernici, o un medicinale per cavalli, l’importante è finire, lo diceva anche Mina.

Certo, non è tutto da buttare via, questa volta ad esempio sono riuscito a godermi tanti degli innumerevoli parchi che sono incastonati in ogni quartiere, ho apprezzato la convenienza dei felafel e la scelta infinita di cibo disponibile a tutte le ore del giorno e della sera, come pure l’impossibile convivenza di integralismi religiosi che vivono a fianco a teste colorate, identità sessuali indecise, cani di ogni razza e una babele di lingue e persone che hanno trasformato la città dal passato tetro in un guazzabuglio caleidoscopico.

Auf Wiedersehen Berlin!

New Life.

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Ci siamo, alea iacta est, il dado è tratto. Dopo ben vent’anni dello stesso lavoro, e dopo averlo pensato per anni, ho fatto il grande passo: ho preso un anno di aspettativa.

Che poi era il modo più semplice ed indolore di tagliare un cordone ombelicale a quello che oltre ad essere stato un posto di lavoro, è stata una creatura che ho cresciuto come un figlio, ma che tanto mi ha dato e tanto mi ha tolto.

Ora, non mi resta altro che capire che fare della mia misera vita.

Per ora, l’unica cosa che so, è che voglio girare il mondo, visitare amici sperduti in Europa che non sono mai riuscito a trovare, ed esplorare posti che ho sempre visto solo sulle cartine geografiche, magari anche grazie a Workaway, ma di questo ne parlerò un altra volta.

Nel frattempo in un paio di settimane ho fatto collezione di mezzi di trasporto: treno, auto, aereo, nave, metro, bus e mi sono fatto un giretto a Castellon della Plana, Benicassim, ed infine a Ibiza, questo luogo/non luogo dove tutto è possibile ( tranne viverci).

Sono tornato con le idee più chiare, il primo bagno della stagione, una discreta abbronzatura, un fegato provato, e una carta di credito usurata, ma chissenefrega.

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Possible Germany

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Ogni tanto bisogna tuffarsi, osare, mandare quel messaggio che ci spaventa tanto, prendere quel cazzo di treno o di aereo, perchè la vita è una sola ed è corta.

Beh, per una volta quel cazzo di aereo l’ho preso, Lufthansa per la precisione, partito all’alba dal piccolo aeroporto di Falconara, diretto al grande hub di Munich.

Ci ho pensato cinque lunghi mesi, dopo la classica infatuazione da vacanza alle Canarie, quella che ti fa girare la testa, che ti rifà provare i brividi di quando avevi quindici anni, di quelli che tanto ” non ci rivederemo mai più”.

E invece ci siamo rivisti. Così, da un giorno all’altro, passando dal costume al giubbotto pesante e il cappello di lana. Dal sole di Gran Canaria alla neve bavarese, e qualcosa purtroppo si è perso per strada. Ed il piacere di rivedere una persona cara, è stato un po rovinato dalla paura di rovinare tutto, di vedere materializzato tutto quello che si era fantasticato fino a poche ore prima.

Ma non importa, è una stata una occasione unica se non rara, di entrare nelle case di un popolo così vicino e così distante, di rubare i segreti per tenersi caldi durante un inverno molto più feroce del nostro, di conoscere Re pazzi, castelli Disneyani, ponti sospesi nel vuoto, di apprezzare un pretzel come se fosse una leccornia, e di realizzare che la Prinzregententorte è tipica solo per wikipedia.

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#1 ANOHNI – HOPELESSNESS

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Ci siamo. Il disco più bello di questo 2016 è HOPELESSNESS di ANOHNI.
Un disco pazzesco, nato dalle ceneri di quello che si faceva chiamare Antony and the Johnsons, abbandonato gli strumenti, cambiato nome e addirittura il sesso.

Ma mentri gli ultimi lavori come Antony erano decisamente poco incisivi, questo cambio totale le ha giovato alla grande. Non più pianoforte e batterie, ma l’apporto decisivo di Oneohtrix Point Never e di altri geniacci della musica elettronica hanno dato linfa vitale alle canzoni di Anohni. La quale è tornata incazzata e combattiva come non mai. Che sotto i synth aggressivi e le batterie elttroniche ne ha per tutti, dai droni che bombardano, alle crisi del pianeta, dalle esecuzioni a Obama.

Un disco mostruoso a livello di testi, di melodie, e di produzione, e, ma non è certo una novità la bellissima e struggente voce a chiudere il cerchio di un disco (quasi) perfetto.

Quasi perchè ci sono un paio di pezzi “pesanti” come Obama che fanno abbassare il livello di un lavoro che spero porterà una nuova vita musicale, visto che quella (meravigliosa) di Antony and the Johnsons è definitivamente tramontata.

Canzone: Why Did You Separate Me from the Earth?


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