New Life.

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Ci siamo, alea iacta est, il dado è tratto. Dopo ben vent’anni dello stesso lavoro, e dopo averlo pensato per anni, ho fatto il grande passo: ho preso un anno di aspettativa.

Che poi era il modo più semplice ed indolore di tagliare un cordone ombelicale a quello che oltre ad essere stato un posto di lavoro, è stata una creatura che ho cresciuto come un figlio, ma che tanto mi ha dato e tanto mi ha tolto.

Ora, non mi resta altro che capire che fare della mia misera vita.

Per ora, l’unica cosa che so, è che voglio girare il mondo, visitare amici sperduti in Europa che non sono mai riuscito a trovare, ed esplorare posti che ho sempre visto solo sulle cartine geografiche, magari anche grazie a Workaway, ma di questo ne parlerò un altra volta.

Nel frattempo in un paio di settimane ho fatto collezione di mezzi di trasporto: treno, auto, aereo, nave, metro, bus e mi sono fatto un giretto a Castellon della Plana, Benicassim, ed infine a Ibiza, questo luogo/non luogo dove tutto è possibile ( tranne viverci).

Sono tornato con le idee più chiare, il primo bagno della stagione, una discreta abbronzatura, un fegato provato, e una carta di credito usurata, ma chissenefrega.

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Possible Germany

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Ogni tanto bisogna tuffarsi, osare, mandare quel messaggio che ci spaventa tanto, prendere quel cazzo di treno o di aereo, perchè la vita è una sola ed è corta.

Beh, per una volta quel cazzo di aereo l’ho preso, Lufthansa per la precisione, partito all’alba dal piccolo aeroporto di Falconara, diretto al grande hub di Munich.

Ci ho pensato cinque lunghi mesi, dopo la classica infatuazione da vacanza alle Canarie, quella che ti fa girare la testa, che ti rifà provare i brividi di quando avevi quindici anni, di quelli che tanto ” non ci rivederemo mai più”.

E invece ci siamo rivisti. Così, da un giorno all’altro, passando dal costume al giubbotto pesante e il cappello di lana. Dal sole di Gran Canaria alla neve bavarese, e qualcosa purtroppo si è perso per strada. Ed il piacere di rivedere una persona cara, è stato un po rovinato dalla paura di rovinare tutto, di vedere materializzato tutto quello che si era fantasticato fino a poche ore prima.

Ma non importa, è una stata una occasione unica se non rara, di entrare nelle case di un popolo così vicino e così distante, di rubare i segreti per tenersi caldi durante un inverno molto più feroce del nostro, di conoscere Re pazzi, castelli Disneyani, ponti sospesi nel vuoto, di apprezzare un pretzel come se fosse una leccornia, e di realizzare che la Prinzregententorte è tipica solo per wikipedia.

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#1 ANOHNI – HOPELESSNESS

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Ci siamo. Il disco più bello di questo 2016 è HOPELESSNESS di ANOHNI.
Un disco pazzesco, nato dalle ceneri di quello che si faceva chiamare Antony and the Johnsons, abbandonato gli strumenti, cambiato nome e addirittura il sesso.

Ma mentri gli ultimi lavori come Antony erano decisamente poco incisivi, questo cambio totale le ha giovato alla grande. Non più pianoforte e batterie, ma l’apporto decisivo di Oneohtrix Point Never e di altri geniacci della musica elettronica hanno dato linfa vitale alle canzoni di Anohni. La quale è tornata incazzata e combattiva come non mai. Che sotto i synth aggressivi e le batterie elttroniche ne ha per tutti, dai droni che bombardano, alle crisi del pianeta, dalle esecuzioni a Obama.

Un disco mostruoso a livello di testi, di melodie, e di produzione, e, ma non è certo una novità la bellissima e struggente voce a chiudere il cerchio di un disco (quasi) perfetto.

Quasi perchè ci sono un paio di pezzi “pesanti” come Obama che fanno abbassare il livello di un lavoro che spero porterà una nuova vita musicale, visto che quella (meravigliosa) di Antony and the Johnsons è definitivamente tramontata.

Canzone: Why Did You Separate Me from the Earth?

#2 Car Seat Headrest – Teens of Denial

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Devo ammettere che questa è stata la mia più grande scoperta del 2016. Lo so che avevano fatto un altro disco nel 2015, ma io almeno non li conoscevo. Quando ho iniziato a leggere i primi feedback entusiastici su questa band dal nome ridicolo, come al solito me ne ero allontanato. Poi un ascolto casuale di un live mi ha fatto accendere la lampadina. Una tale freschezza di scrittura non la sentivo dai tempi del disco azzurro dei Weezer. Nei pezzi di Will Toledo (a volte lunghissimi) si possono sentire le influenze dei Pixies o degli Yuck volendo rimanere ai tempi moderni. Parliamo di pop/rock semplicissimo: chitarra-basso-batteria. Suoni grezzi, produzione al minimo, il motivo è che avendo dei pezzi così forti non ne ha bisogno. Quasi tutte le canzoni ti fanno battere il piedino, o ti fanno venire voglia di cantare a squarciagola, i testi a volte sono esilaranti, a volte pungenti, e parlano di college, della Costa Concordia, di amici che sono meglio con la droga, o di droga che è meglio con gli amici, di cercare di tornare a casa salvi con la macchina da sbronzi, e quindi non potevo che immedesimarmi. Insomma una specie di manifesto generazionale anni dieci.
Canzone: Drunk Drivers/Killer Whales.

#3 Bon Iver – 22, A Million

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Chi mi conosce sarà sorpreso di scoprire il nuovo disco di Bon Iver solamente alla posizione #3.
Un motivo è che è si un disco mostruoso, ma anche un po troppo sperimentale, un altro è che evidentemente quest’anno ci sono stati dei dischi superiori.
Il terzo lavoro di Bon Iver, abbastanza corto (35 minuti), è stato preceduto da teaser, anticipazioni, anteprima di grafica, quindi l’hype era decisamente alto.

Ammetto che i primi ascolti sono stati quasi shoccanti. Una accozzaglia di suoni distorti, campionamenti rubati da Stevie Nicks e Paolo Nutini, fruscii, nastri rovinati. Poi piano piano è cresciuto fino a diventare la colonna sonora della mia permanenza nella isola canaria.
Rimane comunque il personaggio musicale più interessante del secondo millennio, capace di stravolgere completamente la struttura dei suoi tre dischi: il primo acustico e minimale, il secondo ridondante e superprodotto, e questo terzo sperimentale ed elettronico. Non è un caso però se i pezzi migliori siano “33 GOD” e “29 #Strafford APTS”, che sembrano provenire rispettivamente da “Bon Iver “ e da “For Emma”.

Insomma, la caterva di collaborazioni alle quali Justin Vernon è stato chiamato a suonare o produrre, da Kanye West a The Staves,  alla fine hanno avuto decisive ricadute su questo terzo lavoro, che, con le dovute proporzioni e distanze, potremmo definire un po il “Kid A” degli anni dieci. Non rimane che aspettare quale nuova direzione prenderà il prossimo disco di Bon Iver. Nel frattempo mi godo questo 22, A Million ripensando alle mie lunghe passeggiate sulle dune sotto il sole di Gran Canaria.
Canzone: 33 “GOD”

#4 Owen – The King of Whys

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Facciamo un passo indietro: Owen è Mike Kinsella. Uno dei Kinsella brothers dei Joan of Arc, e sopratutto quello che ha fatto diciassette anni fà un dischetto di nome American Football. Se non lo conoscete andatevi a sentire i suoi primi tre album, sono tre piccoli capolavori. Poi si è un perso per strada, fino a sfornare questo “The Kings of Why” nello stesso anno del ritorno degli American Football. La cosa assurda è che questo lavoro è decisamente più bello del grande ritorno degli AF.
Chitarre acustiche, preziosi arpeggi, delicate note di piano, batterie storte come le sanno fare solo Chicago, e testi non proprio allegri. Prodotto dal batterista di Bon Iver, questo disco è stato il vero ritorno dell’anno, l’ho consumato mentre guidavo verso i lidi ravennati tra Agosto e Settembre, e per me sarà per sempre un inno alla natura e alla spensieratezza.
Canzone: Settled Down

#5 David Bowie – Blackstar

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Parlavamo dei nuvoloni neri carichi di pioggia nel disco di Nick Cave, ma qui siamo addirittura oltre. Questo più che un disco di uno dei personaggi più iconici della storia del rock, è il suo epitaffio.
Scritto durante la fase finale della sua malattia, Il disco è stato pubblicato nel giorno del sessantanovesimo compleanno dell’artista, ossia l’8 gennaio 2016, due giorni prima della sua morte. Questa circostanza ha ovviamente creato un alone di misticità che non ha fatto altro che aumentare l’hype verso un lavoro comunque di notevole spessore.
Si perché il duca bianco, camaleontico come sempre, anche questa volta volta aveva rimescolato le carte, scrivendo un disco virato sul jazz, grazie anche ai meravigliosi sassofoni di Donny McCaslin e alla batteria di Mark Guiliana.
L’ascolto non è facile, tra atmosfere cupe, liriche che sanno di morte, tempi sincopati e chitarre rumorose, non ci sono pezzi radiofonici, anzi sono piuttosto crudi e di lungo minutaggio.
Di sicuro un lavoro che lo rappresenta per quello che è stato e rimarrà per sempre ricordato come il suo testamento musicale.
Canzone: I Can’t Give Everything Away


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