Archivio per dicembre 2012

#1 M. Ward – A Wasteland Companion

M.-Ward-A-Wasteland-Companion

Inizia con un chitarrino sfiorato e una voce sussurrata il disco più bello di questo 2012. Uscito all’inizio dell’anno, dopo dodici mesi di ascolti ripetuti ancora è lungi dallo stancare e ogni canzone ti trasporta in una atmosfera sospesa nel tempo e nell’animo.
“Primitive Girl” sembra venire dagli anni ’50 con questo pianoforte pulsante e i riverberi e gli eco ribattuti.
Tutte le canzoni sembrano quasi degli abbozzi e raramente superano i tre minuti. La produzione pur rimanendo nel minimalismo è variegata e non lesina sui suoni filtrati e sui cori femminili. La batterie sono sempre gentili e raramente le chitarre sfociano in distorsioni sature.
Spesso sia i suoni che le melodie fanno l’occhiolino agli anni ’50, e i clap e i piano alla Jerry Lee si sprecano e pensi che ai cori ci siano delle fanciulle coi capelli cotonati e la camicia annodata.
Poi arriva “The First Time I Ran Away” e quando ascolti l’arpeggio di chitarra ti viene un colpo perché è Nick Drake al 100%. Poi ti accorgi che anche questa volta è poco più che un abbozzo e in un attimo è finita insieme alle sue chitarre slide e i timpani.
Altra vetta del disco “There’s A Key”  e la dimostrazione che a volte basta una voce e una chitarra per far sospirare anche le pietre, e a volte un pianoforte come nella successiva “Crawl After You”.
C’è solo il tempo per concludere il disco con la stessa dolcezza con cui era iniziato,   e quando finisce quello  che rimane è Pure Joy.

#2 Alt-J – An Awesome Wave

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Al secondo posto quest’anno ci finisce l’esordio più brillante del 2012. Anche se  non è che ce ne siano stati molti altri eccellenti. Ammetto che ci ho messo parecchio a farmeli piacere, diffidente come sono sulle cose nuove. Li pure visti al Perfect Day Festival, per modo di dire, visto che li avevo cagati zero.
Poi alla lunga questa musica che mi ricorda i  Clinic alla lontana, ha iniziato a conquistarmi. Merito del suo essere a suo modo anticonvenzionale, nei modi e nei suoni. Chitarrine pulite arpeggiate, e batteria senza piatti e col rullanti i segni distintivi del quartetto inglese. Quello che mi ha sempre lasciato perplesso è il cantato che spesso è forzato, e pure i coretti a volte danno sui nervi.
Per il resto bisogna dargli atto che pur non facendo nulla di nuovo hanno saputo offrire una ventata di novità nell’asfittico mondo dell’indie rock, e di sicuro sono riusciti ad avere in loro suono distintivo.
Grande merito della posizione è per gli irresistibili singoloni che ti fanno chiudere un occhio su gli altri pezzi del disco piuttosto discutibili.

#3 Damien Jurado – Maraqopa

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Anche questo è uno dei dischi più longevi, uscito all’inizio dell’anno, non ci è più uscito. Merito del suo cantauturato sbilenco, e dei suoi suoni vagamente psichedelici, insomma, come piace a noi.
Le chitarre spesso sono appena sfiorate, gli arrangiamenti minimali, anche se spesso i cori femminili o di bambini rafforzano le parti vocali.

In realtà il contatore di iTunes mi dice che questo è stato il disco più ascoltato dell’anno, e se non è primo in classifica è perchè davanti ce ne sono due ancora più belli.
La cosa migliore comunque è l’atmosfera in cui ti fa calare quando l’ascolti, facendoti entrare in un pigro mood da cui è bello farsi cullare.

#4 Beach House – Bloom

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Che dire, qui ormai è come fare un goal a porta vuota. Ogni volta che pubblica qualcosa, il duo di Baltimora si conferma come un sicurezza nello scrivere magnifici  ritratti musicali fatti di pop sognante affogato nei tastieroni e nella voce un pò suadente, e un pò disperata di Victoria Legrand,  e nella chitarra arpeggiata di Alex Scally.
Mi ricordo che quando li vidi al Covo quattro o cinque anni fa, davanti a un pubblico di una trentina di persone, mi si aprirono gli orizzonti nonostante il loro aspetto discutibile e la scarsa affluenza.
Scarna ma bellissima anche la copertina che da l’idea al primo sguardo della musica che contiene. Brano più bello “Irene” con il bridge di rullante e arpeggio che fa tenere il fiato per diversi minuti.

#5 The XX – Coexist

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Nel 2009 questo terzetto di Wandsworth era stato una delle next big thing più interesanti che si era affacciata nell’asfittico mondo indie. Purtroppo circondati da un hype mostruoso, il primo disco era un piccolo capolavoro fatto di piccole melodie, minimalismo pop, linee di basso integerrime, una drum machine suonata a mano, e due voci timide ma affiatate.

Tre anni dopo i gruppi che devono tanto a loro si sono moltiplicati, anche nella mia stessa città, ma gli XX decidono di non rischiare e propongono la stessa pappa, con un pò meno idee, e un missaggio che li penalizza alquanto.
A partire dalla copertina che ripropone lo stesso concept coi colori invertiti, tutto il disco ripropone la stessa formula del’esordio. Infatti, dopo sperticati entusiasmi iniziali, sono finiti velocemente nell’oblio e scomparsi dalle varie classifiche che contano.
Io invece li metto al quinto posto, perché anche se ormai non dicono più niente di nuovo, è comunque un bel disco introspettivo, notturno e le loro voci mi piacciono proprio. Anche se sono scandalosamente “fuori”, e le batterie sono moscissime. Insomma, se lo facevano produrre da Burial, diventava il disco dell’anno.

#6 Chromatics – Kill For Love

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Quasi a a voler simboleggiare una sorta di dizionario del rock, il disco dei Chromatics inizia con una cover del brano simbolo di Neil Young, in una versione scarna e senza batteria. Poi parte la title track, uno dei pezzi più belli dell’anno e del decennio. Che come tutto il disco è fatto da una voce suadente ed eterea alla Lisa Gerrard,  da batterie elettroniche, qualche chitarra, e un mucchio di synth che fanno tanto anni’80. Diciamo che tutto il disco puzza di anni’80, ma di un revisionismo che una volta tanto non da fastidio, ma si fa apprezzare come come un film di Nicolas Winding Refn.

E proprio a Drive continua a farmi pensare questo Kill For Love, sopratutto nelle lunghe parti psichedeliche, e nell’uso smodato di vocoder in alcune parti cantate.

C’è spazio anche per pezzoni alla Massive Attack tipo “Broken Mirrors”, e il titolo stesso sembra voler richiamare il gruppo di Bristol.
Insomma, il disco della vita per i Chromatics, che si trovano al momento giusto e nel posto giusto.

#7 Sigur Rós – Valtari

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Lo so, vi starete chiedendo come mai un disco che questa estate io stesso definii “disco-inculata” sia finito in classifica, e pure in posizione di tutto rispetto.
Potrei rispondervi che solo gli stupidi non cambiano mai idea, ma non lo farò, giustificandomi invece, affermando che nonostante sia il punto più basso della discografia degli islandesi, rispetto alla qualità media del 2012 è pur sempre un disco di un certo rilievo.
Insomma è così e basta, perché se lo ascolti in certi momenti, tipo quando guidi di notte verso casa nell’autostrada deserta, è perfetto nel suo essere ambient, e privo di una parvenza di ritmica. Suoni eterei e gocce di violini che si susseguono in qualcosa che assomiglia più ad una colonna sonora di un documentario sui paesaggi islandesi che a un vero e proprio disco.


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