Archivio per novembre 2015

#6 Father John Misty – I love You Honeybear

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Josh Tillmann ha tante facce, ed altrettanto pseudonimi. L’ultima creatura in ordine cronologica è Father John Misty, seguendo le orme non solo musicali di Will Oldahm, che prima di arrivare a Bonnie Prince Billy ha cambiato altri venti nomi.
Da annoverare nella sua carriera pure un passato come batterista nei Fleet Foxes, cosa che gli ha lasciato in eredità una barba e una camicia a scacchi.
Alla sua seconda uscita, finalmente riesce a prendere bene la mira e crea uno dei dischi più interessanti del 2015. Poliedrico come era (e non lo è più) Sufjan Stevens, con una produzione accurata, super arrangiato e qualche divagazione pure nella musica elettronica come nella terza canzone. A volte gli arrangiamenti sono così ridondanti che quasi ricorda i Calexico, con i fiati mariachi, gli archi e i campanelli, altre volte proprio i Fleet Foxes.
Nonostante sia uscito a Febbraio, è stato in rotazione tutto l’anno ed è rimasto sempre interessante da ascoltare. Se devo trovargli una pecca, avrei da ridire sulla scelta del riverbero usato sulla voce, che un po’ come Barzin, da una sensazione di “vecchio Julio Iglesias” che non riesco proprio a mandare giù.

Sul finale colpisce la canz0ne “Bored in the USA” che non è una paradoia di Bruce Springsteen, ma un pezzo che giocando su quel titolo mette alla berlina tutti i difetti degli attuali USA, un pò fa ridere, un pò fa riflettere.
Canzone: When You’re Smiling And Astride Me.

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#7 Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

MI0003829258Come sempre Sufjan riesce sempre a stupirci. Profondamente colpito dalla perdita della madre (Carrie) nel 2012, crea un disco interamente incentrato sulla sua figura e la sua perdita. Il risultato è che dai quadri caleidoscopici e pieni di colori, suoni e sfumature dei due dischi precedenti, si passa ad un intenso quadro in bianco e nero, interamente acustico, con pochi arrangiamenti minimali ed un aria intimistica ed atmosfere oniriche.

Per quanto l’intensità rimane altissima, rimane la sensazione di un disco inconpiuto, e sopratutto la volontà di farci entrare nel suo mondo di dolore che io penso in modo privato, ma che evidentemente il buon Sufjan ha deciso di condividere col mondo intero.

Canzone: Should Have Known Better.

#8 Richard Hawley – Hollow Meadows

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Torna il mio eroe incompreso con un altro bellissimo disco che nessuno cagherà di striscio. Richard Hawley per chi non lo conoscesse, è un crooner inglese dei nostri tempi, grande doti chitarrisitche, fine arrangiatore e dotato di una voce profonda e calda. Per anni ha combattuto contro le sue dipendenze, ma è stato spesso chiamato ad arrangiare per gruppi come Pulp, Manic Street Preachers e Arctic Monkeys.
Rispetto al disco precedente, dove aveva alzato i volumi dei Marshall, qui torniamo alle atmosfere notturne e rarefatte che tanto si adattano al suo stile. Anche il minutaggio è sceso, e le canzoni da  dieci minuti sono sparite per altre di approccio più pop. I soliti archi, le solite chitarre col tremolo, la novità del pianoforte, e la certezza di uno che scrive canzoni che rimangono scolpite nel tempo, e una voce unica. Ovviamente anche questa volta è passato inosservato ai più.

Canzone: Heart of oak.

#9 Blur – The Magic Whip

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Premetto che non sono mai stato un grande fan dei Blur. Ok, tanti singoli catchy, ma ascoltare un intero è sempre stato un piccolo supplizio per me. Quindi sia il loro scioglimento, sia la riunion mi erano passati abbastanza indifferenti. Il fatto che Damon Albarn ci abbia inondato di dischi di progetti paralleli, aveva contribuito a non farci pesare più di tanto la mancanza dei Blur sulla faccia della terra. Tutto questo mi ha permesso di ascoltare e giudicare questo dischi senza i pregiudizi che un fan o hater del gruppo inglese potrebbe avere.
Devo dire che alla fine il risultato è stato positivo. La maggior parte dei pezzi sono gradevoli, e i peggiori sono proprio quelli che sembrano venire dal disco solista di Albarn. E’ tornato il loro stile sghembo, le chitarre fastidiose ma allo stesso tempo giocose di Coxon, e una sezione ritmica finalmente convincente. Hanno scelto lo storico produttore, quindi i suoni sono rimasti quelli storici e riconoscibili al primo ascolto. Forse assomiglia più al periodo “parklife”/“The Great Escape” che agli ultimi lavori. Un po’ strana la copertina, con una insegna al neon e scritte koreane, ovvero il paese dove è stato registrato.
Canzone: Thought I Was A Spaceman

#10 Of Monsters and Men – Beneath The Skin

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L’Islanda quando si parla di musica si sa, non delude quasi mai. E senza scomodare i mostri sacri, anche quando è ora di fare del pop-folk si fa sempre valere. E’ il caso degli Of Monster and Men che al secondo disco, confermano ciò che di buono avevano prodotto col primo. Qui in realtà più che di Sigur Ros, ci sono sentori di Arcade Fire, o al massimo Mumford&Sons. Sono sempre due le voci, le contrapposte maschile e femminile a guidare le batterie spesso suonate sui tom, le chitarre acustiche, e a seguire tutti gli arrangiamenti, i fiati, ii campanelli e tutte le solite cose che piacciono agli islandesi, oltre alla neve. E’ un disco con atmosfere sognanti, che si fa ascoltare senza fatica, anche se un po’ più monocorde rispetto al precedente, nell’autoradio ha resistito tantissimo e ancora non stanca, nonostante sia uscito a Giugno, chiaramente si apprezza più nel periodo invernale.
Canzone: Crystals.

#11 Courtney Barnett – Sometimes I Sit and Think, And Sometimes I Just Sit.

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Se l’anno scorso era stato l’anno di una australiana, Sharon Van Etten, questo lo è stato per un altra aussie: Courtney Barnett. Col suo disco d’esordio ha fatto parecchio parlare di se nonostante un nome ingombrante, e nonostante non avesse la stessa grazia di Sharon. Si perché questo è un disco più grezzo, almeno con i suoni, ma allo stesso tempo più pop. In certi momenti assomiglia tanto a Sheryl Crow ( a proposito, che fine ha fatto?) e non solo per la voce, ad esempio nel terzo pezzo.
E’ musica semplice questa, trio chitarra-batteria-basso, niente di nuovo all’orizzonte, e comunque niente che Liz Phair non avesse già fatto venti e passa anni fa, ma il risultato è godibile.
Canzone: Pedestrian At Best

#12 Florence + the Machine – How Big, How Blue,How Beautiful

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I Florence esordiscono nel 2009 con un disco strepitoso per intensità e coerenza, nel 2011 il successivo Ceremonials è una delusione nonostante abbia il miglior pezzo che abbiano mai scritto. Nel 2015 tornano con un album che è la media dei precedenti. Senza picchi, con una qualità buona ma non eccezionale ma costante per tutta la durata.
La produzione è sempre più pop, i suoni sempre più levigati, gli archi sempre più presenti, ma la rossa Florence è sempre il centro di gravità di tutta la baracca. Purtroppo sembra sempre che gli manchi qualcosa per fare il grande salto, ma forse deve essere così.
Canzone: Ship to Wreck.


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