Posts Tagged 'dischi'

1)The XX – I See You

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Forse è stato il mio primo disco del 2017, e dopo dodici mesi si ascolta ancora che è un piacere. Tra l’altro ancora non mi era passata la sbornia del disco solista di Jamie XX, tutto improntato su un lato danzereccio, e scoprire che anche la casa madre ha seguito questa strada non può che farmi piacere. D’altronde dopo il piccolo passo falso del secondo disco qualcosa si doveva pur cambiare. Ci sono pezzi inutili, come il primo, ma ci sono dei picchi emozionali come “Say Something Loving” che valgono tutto il disco con gli intrecci vocali di Oliver e Romy, le liriche toccanti, e i riverberi sognanti che li contraddistinguono. E che dire del primo singolo “On Hold” con un campionamento di un pezzo famosissimo degli anni’80,  ma che per individuarlo devi diventare matto. In questi alti e bassi, altri pezzi sognanti come “Replica”o “I Dare You” hanno fatto si che questo loro terzo lavoro salisse in cima alla classifica anche perché quest’anno di capolavori non ne abbiamo sentiti. Lo stesso lavoro di Jamie XX dello scorso anno era globalmente superiore pur senza avere i picchi di questo.
Canzone: On Hold
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2)Perfume Genius – No Shape

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Ci aveva già convinto col disco del 2014, ma questo mi ha lasciato a bocca aperta dalla sua bellezza. Le sue canzoni sono spesso senza forma, come dice il titolo perché a volte solo accennate, oppure manca la classica struttura ritornello/chorus/bridge.
A volte può ricordare Antony per la grazia con cui si muove tra le armonie, pur non avendone la sua forza, si fa aiutare dalla potenza della musica, a tratti veramente trascinante.
Rispetto al predecessore, è stato fatto un salto in avanti mostruoso, in termini di scrittura delle canzoni, di arrangiamenti, e di produzione. Si spaziano tutti i generi, grande uso degli archi, e sopratutto il livello rimane sempre alto senza nessun  passo falso, e con una intensità interpretativa a tratti commovente.
P.S. solo per persone sensibili.
Canzone: Alan

3)Roger Waters – Is This The Life We Really Wanted

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E’ tornato, più incazzato che mai. Una rabbia covata dal 1992, anno del suo ultimo album. Ora, non devo certo starvi a dire chi è, o cosa ha fatto Roger Waters nella sua vita, se non lo sapete siete delle capre e non meritate nemmeno di leggere queste righe. Eppure, anche tra chi suona oggi, c’è la presunzione di non aver bisogno di conoscere il passato. Niente di più sbagliato.
 E se tu sei stato le scuole elementari e medie della musica ti puoi permettere di scrivere e dire ciò che vuoi. E infatti non le manda certo a dire, su Trump, sulla guerra, sugli immigrati, sui cambiamenti climatici e via dicendo. Anche se non mi sono mai piaciuti i sermoni, lui è dio, e lo può fare. Se a questo aggiungiamo l’idea geniale di chiamare Nigel Goodrich a produrre il disco, di Joey Waronker a suonare la batteria in modo felpato, se attacchiamo i pezzi uno all’altro come piace a me, se i suoni dei synth sembrano quelli di “Animals”, se riesci ad ascoltare l’effetto dentiera come negli American Recording di Johnny Cash, se ti fa gasare e commuovere allo stesso tempo, si: è un disco della madonna.
Canzone: Wait for her.

4)Arcade Fire – Everything Now

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Ai più non è piaciuto, forse perché il primo singolo sembra sia una specie di parodia degli Abba, in realtà se si ascolta senza pregiudizi è un capolavoro pop: coi violini perfetti, una linea di basso che tiene su tutto, il coro da stadio finale, non manca nulla. E del resto chi è più pop del gruppo svedese?! Forse non è piaciuto ai più il fatto che il piedino si muove spesso e di sicuro la presenza in produzione di metà Daft Punk ha determinato questa direzione, ma attenzione perchè questo non è certo un dischetto dance senza anima. Musicalmente perfetto, suonato bene, incastri ottimali, canzoni unite, gran cura dei suoni, innesti elettronici, abbiamo di tutto ed ogni cosa è a suo posto, forse i testi a volte peccano un po di leggerezza, ma gli intrecci vocali tra Win Butler e Règine non sono mai stati così complementari.
Canzone: Everything Now.

5)The War on Drugs – A Deeper Understanding

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Il singolo ( che dura 11 minuti!) uscì in primavera, e subito me ne innamorai. Poi i primi di Settembre è arrivato il disco. Appena in tempo per ascoltarlo mentre guidavo di notte per le strade dell’isola, e poi del continente. Perché questo è il suo ambiente ideale. Lunghe cavalcate oniriche, tra il Bryan Adams più becero, e il Neil Young più ispirato. Certo, non avrà inventato niente, a volte queste batterie sono un pò troppo anni ’80, la voce è al limite della sopportazione, ma quanto cazzo sono belli gli arrangiamenti? E l’assolo di chitarra del primo pezzo? E le armonie di “Stranger Thing”? No, è un disco che DEVI avere in auto quando fai un lungo viaggio, che può sembrare un pò un insulto, e un pò lo è, un pò no.
Canzone: Thinking of a Place.

6)The National – Sleep Well Beast

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Acclamati fino all’altro ieri, l’opinione pubblica ha deciso che questo disco dovesse essere brutto. Ma siccome io me ne frego dell’opinione pubblica io lo metto nei primi 10 dell’anno. Ma non per dispetto, perché è proprio bello, e che loro siano bravi non lo impariamo certo oggi. Tra l’altro non ci sono nemmeno state rivoluzioni o decisi cambi di rotta, certo si è aggiunta un pò di elettronica qua e là, ma la sostanza è quella di cui ci ha fatto innamorare.
Del resto arrivare al settimo album è difficile per tutti, e qualcosa bisogna pur cambiare per non fare dischi-fotocopia. Forse chi fa un piccolo passo indietro è il bravissimo batterista, in favore di intro e tappeti elettronici che danno appunto tono all’ambiente.
Ma come non amare le chitarre dei fratelli Dessner? Ci sono degli arrangiamenti fatti coi guanti che è un piacere scovarli e ascoltarli. Ed alla fine la copertina rispecchia il concetto del disco: una foto minimale di una casa nel buio, e una piccola finestra illuminata dove scovare i componenti della band che si riconoscono a malapena.
Canzone: The System Only Dreams in Total Darkness.

7)Benjamin Clementine – I Tell a Fly

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Che cazzo di disco, e che cazzo di voce. Già in quello precedente si potevano vedere sprazzi di classe, ma in questo il nostro Benjamin aggiusta la mira sfornando un lavoro incredibile impossibile da catalogare. Perché quando hai una voce del genere puoi permetterti di fare ciò che vuoi, dai Queen, a Demetrio Stratos, da Nina Simone a Antony. L’unico apporto esterno è del batterista francese Alexis Bossard, il resto è tutta farina del suo sacco, compreso quel cazzo di clavicembalo, purtroppo. Uno strano accento francese, effetti voci che arrivano dagli anni ’70, improbabili echo, una produzione cristallina e una copertina a metà tra Tim Buckley e Miles Davis. Questo è Benjamin Clementine, ne sentiremo parlare in futuro.
Canzone: By The Ports Of Europe.

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