Archivio per dicembre 2014

#1 Sharon Van Etten – Are We There

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Ed ecco che finalmente siamo arrivati alla prima posizione del 2014. Come avevo premesso, pure questo che è un bel disco, l’anno scorso sarebbe arrivato solo nei primi dieci, questo a spiegare il livello piuttosto basso delle uscite discografiche di quest’anno.

Un bel disco dicevamo, che non si è cagato nessuno fino al concerto bolognese di un paio di settimane fa ( a cui non sono andato) che ha giustamente dato nuova linfa a questo disco uscito in primavera.

La signorina ci sa fare, anche se si sente fortissima l’influenza di Anna Calvi, almeno quella del primo disco, mentre Sharon invece è già al suo quarto, ma solo con il penultimo si è iniziato a parlare di lei, anche grazie alla collaborazione con il cantante dei The National, in questo disco ci sono anche altri personaggi “pesanti” della scena: membri dei The War on Drugs e Shearwater.

E’ finito al primo posto perchè ha le giuste melodie, gli arrangiamenti semplici, pochi fronzoli e un approccio semplice, il mixaggio è minimale quanto basta, anche se a volte si sentono gli interventi di Adam Granduciel, e sopratutto i suoni non sono artificiali ma mantengono sempre una certa naturalezza.

Ultima nota sulla foto di copertina, una foto in bianco e nero che rimanda ai fasti di Bob Dylan, c’è ritratta lei che guida con la testa che sporge fuori dal finestrino con il vento che gli muove i capelli.

In pratica quello che ho fatto io quando finalmente mi hanno ridato la patente. Capelli esclusi ovviamente.

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#2 Barzin – To Live Alone In That Long Summer

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Come al solito, anche il quarto disco di Barzin, è passato senza che se l’è cagato nessuno. Purtroppo.

Purtroppo perchè come al solito ha sfornato l’ennesimo gioellino. Melodie cristalline, fra arpeggi strappalacrime e atmosfere rarefatte tra Nick Drake e Van Morrison.

Cos’altro volete sapere? Il disco è bellissimo, non c’è una traccia debole, e il contatore del mio iTunes lo pone in cima agli ascolti di questo disgraziato 2014. Non sta al primo posto solo perchè si ostina ad usare un cazzo di riverbero sulla voce che per strani motivi mi rimanda a Julio Iglesias.

Ascoltatelo e vaffanculo, lo dice anche The Food Emperor.

#3 Damien Jurado – Brothers and Sisters of the Eternal Son

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Credo che questo sia stato il mio primo disco del 2014. E per lunghissimo tempo ha viaggiato con il mio iPod, come pure l’ancora più bello Maracopa, di solo un anno prima. Ricordo infatti di essere stupito che fosse già uscito il seguito di quel disco dato il poco tempo trascorso. Giunto ormai al settimo lavoro, e uscito per la Secretly Canadian, il nostro Damien ci ha dimostrato che da Seattle non esce solo musica arrabbiata, ma anche piccoli gioielli come questo. Solo un gradino sotto Maraqopa, ne mantiene i segni distintivi: trascinanti melodie, atmosfere rarefatte e arrangiamenti che strizzano l’occhio al passato.

A Febbraio è passato per il Bronson e me lo sono gustato pur seduto in terra con gli spifferi d’aria che mi tormentavano il collo. Damien è un grosso omone americano con la camicia a scacchi e sembra pure un pò rincoglionito, ma quando prende la chitarra e canta, sembra una della realtà più interessante di queste zone musicali.

Anche nel 2012 finì al terzo posto, qualcuno potrebbe pensare a un complotto: coincidenze? io non credo.

#4 The War on Drugs – Lost in the Dream

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Ho iniziato ad ascoltarlo quasi per caso, e invece questo disco è cresciuto sempre più, e sopratutto non ha mai stancato, ed è diventato la miglior colonna sonora possibile al volante della mia filante A2.

Niente di nuovo all’orizzonte per carità, però il quintetto di Philadelphia, alla sua quarta uscita sembra aver trovato la quadratura del cerchio. Praticamente tutto il disco è un flusso continuo, morbidi tappeti sonori, batterie elettroniche anni ’80, unite a melodie e una voce che mischiano Brian Adams e Bruce Springsteen. Detto così sembra una cacata, invece il mix è perfetto e le canzoni scorrono veloci senza stancare mai.

Persi Kurt Vile e una certa vena psichedelica, sono stati definiti musica da FM rock in modo dispregiativo, ma ci vuole dignità a fare pure questo.

Purtroppo, come detto in precedenza, in estate c’è stato il diverbio con Mark Kozelek, gestito malamente dal nostro eroe, e in modo molto conciliante da Adam Granduciel. Tutto il polverone alzato alla fine ha portato altra visibilità al gruppo e a questo Lost in the Dream che effettivamente meritava.

A volte anche essere chiamati testa di cazzo può rivelarsi una cosa positiva.

#5 Sun Kil Moon – Benji.

MI0003689105 Ormai lo sapete, la mia personale religione politeista comprende gente del calibro di Bill Callahan, Micah P. Hinson e questo testone dell’Ohio. E come alla religione cristiana viene perdonato di aver fatto crociate e inquisizioni, al nostro Mark gli perdoniamo il suo ultimo amore per la corda in nylon, che un pò si è bella, ma dopo un pò rompe i coglioni, sopratutto in concerto. Ogni riferimento a quello del Bronson è puramente casuale. Anzi no. Scrissi un post piuttosto pepato sul quel live, e sul fatto che non si dovrebbero conoscere mai i propri idoli, e di quanto il fatto che siano degli stronzi porti a prevaricare sulla bellezza intrinseca dei dischi che scrivono. Dopo quella brutta esperienza si è aggiunta questa estate la singolar tenzone contro i The War on Drugs, e sinceramente anche lì il nostro capoccione non ci ha fatto una bella figura. A prescindere da questi episodi, il disco è obiettivamente bello, anche se un pò monocorde, e stranamente l’establishment musicale finalmente si è accorto di lui, come colpevolmente si era dimenticato del capolavoro dell’anno scorso insieme ai desertshore. A farla da padrone dicevamo è la chitarra classica, suonata in modo magistrale, e la sua voce. Non c’è spazio per arrangiamenti o strumenti elettrici, è un fatto privato tra lui e la sua Ramirez, anche se nei credits ci sono nomi importanti come Steve Shelley e Will Oldham. Quasi tutti i testi sono incentrati sulla mortalità e la famiglia e Mark stesso ha dichiarato che alla veneranda età di 47 non può più scrivere con la prospettiva di un 25 enne.

Tranne quelli che hanno la sindrome di Peter Pan come me ovviamente.

#6 Beck – Morning Phase

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Il difetto principale di questo disco è che uscito all’inizio dell’anno, quindi a Dicembre, quando è ora di fare le classifiche magari non se lo ricorda nessuno.

Invece il disco merita, è una specie di Sea Change dieci anni dopo. Stesso mood, stesse pigre melodie velate di tristezza. Ha richiamato gli stessi musicisti per ricreare la stessa atmosfera, e le canzoni sono addirittura migliorate, anche se manca il singolon con il video meraviglioso di Lost Cause fatto da Garth Jennings.

In questo disco, il primo uscito per la Capitol, ci sono tutte le sofferenze spirituali e fisiche di questi sei anni di distanza dal mediocre Modern Guilt. Come la storia insegna, l’equazione artista sofferente=prodotto di qualità, e anche questa volta ne abbiamo la conferma, e chissà se tra tutte queste pene, qualcuna sia anche da Scientology.

#7 St. Vincent – St. Vincent

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E’ un disco strano questo, come la protagonista che lo interpreta, i suoi lineamenti, i suoni sintetizzati, e le melodie sghembe. I’ostico disco con David Byrne ha lasciato strascichi anche nelle seguenti produzioni, e alcuni suoni sono diventati ancora più estremi. Non c’è una batteria che sia filtrata fino ad essere stravolta ad esempio. Le chitarre sono quasi sparite, soppiantate da avvolgenti syntetizzatori.

Purtroppo spesso però le canzoni sono deboli, e viene da pensare che invece che la nostra cara Annie Clark a volte si perda in acconciature spaziali, testi polisemici, arrangiamenti ridondanti, abiti eccentrici invece che concentrarsi a scrivere canzoni degne di nota. Del resto è una donna, che ci volete fare?


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