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#1 Villagers – Darling Arithmetic

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E’ usanza per i principali network specializzati nella musica indie mettere al primo posto nelle loro classifiche annuali, un disco bello, ma non troppo e di cui si è parlato poco durante l’anno. E’ la sublimazione dell’essere alternativo in un contesto che già dovrebbe esserlo a sua volta. Quindi se Stereogum mette al primo posto un discodemmerda come quello dei Grimes, io ci metto quello dei Villagers che non è demmerda, anzi è proprio bello.
E’ uscito i giorni del mio compleanno, ma io l’ho scoperto in piena estate, grazie a Joyello, un altro blogger. E in uno di quei giorni di caldo assurdo di Luglio ho scoperto “Hot Scary Summer”, una dei pezzi più belli dell’anno. In realtà tutta la prima parte del disco (il famoso lato A) è un insieme di canzoni una più bella dell’altra. Atmosfere intimistiche, chitarre acustiche, voci sospirate, arpeggi sognanti, poche note di pianoforte messe solo dove servono. Chi mi conosce sa che queste sono le armi giuste a fare breccia nel mio cuore di pietra, e questo irlandese del cazzo ci è riuscito. Peccato per la seconda parte del disco, decisamente inferiore alla prima. Anche se ancora alla seconda prova, Conor J. O’Brien promette decisamente bene sia sul lato musicale che su quello dei testi, sempre profondi, attuali e a volte caustici. Lo attendiamo all’opera con la prossima uscita, sperando di trovarlo in cima almeno alla mia classifica.

#2 Jamie XX – In Colour

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Era la fine di Maggio, l’estate stava per arrivare prepotente, e mentre ero al lavoro sento alla radio una voce che mi è familiare. Penso: La voce sembra quella della tipa dei XX, ma questo pezzo non lo conosco, eppure han fatto solo due dischi e li so a memoria. Poi tornando a casa e googolando mi resi conto che era il tipO dei XX ad aver fatto il disco solista.
All’inizio queste atmosfere da club londinese non mi erano andate giù. Era quasi danzereccio, e non era triste come al solito!
Poi piano piano è entrato sempre più nella mia testa, fino a diventare la colonna sonora del viaggio in Sicilia, e della fuga alle terme toscane. Non era poi così danzereccio, e i suoni erano veramente ricercati. Come le steel drums di “Obvs” o l’ipnotica linea melodica di synth del primo brano. Le chitarre erano le sue, quelle si riconoscono, come pure la voce di Romy, la tipA, che in due brani porta la sua leggiadria facendo pensare a come potrà essere il nuovo dei XX.
Canzone: Hold Tight.

#3 Beach House – Depression Cherry

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Un album bellissimo. Con l’unica colpa di arrivare dopo un capolavoro come “Bloom”. E stesso discorso per il seguente “Thank You Lucky Star” che è uscito a sorpresa pochi mesi dopo. La formula è sempre la stessa: spessi tappeti di synth , ipnotici intrecci di chitarra, leggere batterie elettroniche, e liriche delicate e depresse come annunciato dal titolo. Meno psichedelico e volatile del precedente, e un po’ più pop, Depression Cherry riesce ad essere uno se non due gradini sotto Bloom e contemporaneamente essere uno dei migliori tre dischi del 2015. Segno che questo non è stato un anno straordinario, ma anche che tutto quello che sfornano Alex Scally e Victoria Legrand è sempre di un livello superiore alla media.
Canzone: PPP

#4 Tame Impala – Currents

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Il riassunto di questo disco, e di tutta la carriera dei Tame Impala sta tutto nel primo pezzo. “Let it happen” è un pezzo pop, abbastanza catchy, ma non troppo per essere radiofonico, dilatato a dismisura per permettere di inserire i tanti giochini di mixaggio e produzione che sembrano essere il segreto del gruppo australiano. In quasi otto minuti di questa canzone troviamo un po’di tutto: dagli effetti flanger, alla batteria che sembra incantarsi, alle ondate di synth che arrivano sommergendo tutto.
Proprio i sintetizzatori fanno la parte del padrone in tutto il disco, un po’ troppo lungo per dire la verità, che per il resto non fa altro che replicare quanto di buono fatto nei due dischi precedenti. Anche se non c’è più alla produzione, la lezione di  Dave Fridmann è stata imparata bene, difatti negli ultimi tempi Kevin Parker è stato chiamato a produrre anche altre band e ora ha la fila davanti alla porta.
Il limite di questo disco sono le canzoni, purtroppo non certo memorabili, e l’impressione è che sia un giocattolo con la confezione più bella del contenuto. Rimane comunque godibile per la produzione e i suoni innovativi, e quando si è in stato di percezione alterato da sostanze psicotrope.
Canzone: Let It Happen.

#5 Destroyer – Poison Season

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Il Signor Dan Bejar è Mr. Destroyer. E’ un tipo un pò strano, di quelli che quando gli parli preferisce guardarsi le scarpe piuttosto che negli occhi. Ha diversi problemi interpersonali e fa fatica ad avere relazioni sociali.

Non le so queste cose, punto ad indovinare, ma ascoltanto i suoi dischi, e vedendolo in concerto sono sicuro di non sbagliarmi affatto. Il bello è che queste persone più sono disturbate, e più ci regalano dischi belli. Questo Poison Season arriva 4 anni dopo l’incensato Kaputt, e ben 19 anni dal primo disco. Per fortuna negli ultimi anni il mondo intero si è accorto di questo strambo personaggio canadese e della sua band. Si perchè se lui è la colonna portante del progetto, la sua band ha raggiunto un intesa formidabile, e gli arrangiamenti sono sempre più godibili, le parti dei fiati sopratutto. Tutto il disco fila liscio come l’olio, e incredibilmente l’indie rock riesce a convivere con le atmosfere raffinate, le Jazzmaster insieme agli ottoni, gli Orange insieme ai pianoforti e agli archi.

Canzone: Times Square.

#6 Father John Misty – I love You Honeybear

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Josh Tillmann ha tante facce, ed altrettanto pseudonimi. L’ultima creatura in ordine cronologica è Father John Misty, seguendo le orme non solo musicali di Will Oldahm, che prima di arrivare a Bonnie Prince Billy ha cambiato altri venti nomi.
Da annoverare nella sua carriera pure un passato come batterista nei Fleet Foxes, cosa che gli ha lasciato in eredità una barba e una camicia a scacchi.
Alla sua seconda uscita, finalmente riesce a prendere bene la mira e crea uno dei dischi più interessanti del 2015. Poliedrico come era (e non lo è più) Sufjan Stevens, con una produzione accurata, super arrangiato e qualche divagazione pure nella musica elettronica come nella terza canzone. A volte gli arrangiamenti sono così ridondanti che quasi ricorda i Calexico, con i fiati mariachi, gli archi e i campanelli, altre volte proprio i Fleet Foxes.
Nonostante sia uscito a Febbraio, è stato in rotazione tutto l’anno ed è rimasto sempre interessante da ascoltare. Se devo trovargli una pecca, avrei da ridire sulla scelta del riverbero usato sulla voce, che un po’ come Barzin, da una sensazione di “vecchio Julio Iglesias” che non riesco proprio a mandare giù.

Sul finale colpisce la canz0ne “Bored in the USA” che non è una paradoia di Bruce Springsteen, ma un pezzo che giocando su quel titolo mette alla berlina tutti i difetti degli attuali USA, un pò fa ridere, un pò fa riflettere.
Canzone: When You’re Smiling And Astride Me.

#7 Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

MI0003829258Come sempre Sufjan riesce sempre a stupirci. Profondamente colpito dalla perdita della madre (Carrie) nel 2012, crea un disco interamente incentrato sulla sua figura e la sua perdita. Il risultato è che dai quadri caleidoscopici e pieni di colori, suoni e sfumature dei due dischi precedenti, si passa ad un intenso quadro in bianco e nero, interamente acustico, con pochi arrangiamenti minimali ed un aria intimistica ed atmosfere oniriche.

Per quanto l’intensità rimane altissima, rimane la sensazione di un disco inconpiuto, e sopratutto la volontà di farci entrare nel suo mondo di dolore che io penso in modo privato, ma che evidentemente il buon Sufjan ha deciso di condividere col mondo intero.

Canzone: Should Have Known Better.


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